La forma di un ricordo

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Stamattina per combattere il freddo ho indossato il maglione viola che mi hai regalato una sera dell’anno scorso. Quello un po’ slargato che pare tanto una mantella. «È per quando andremo sulla neve» dicevi. Ma sulla neve non ci siamo mai stati e il maglione è rimasto mezzo impacchettato nell’armadio, perché da queste parti le temperature gelide sono un’eccezione, un evento straordinario, a cui il più della gente non è preparato.  La gelata di oggi assomiglia ad un brutto scherzo o ad un incantesimo. Il cielo bigio evoca luoghi mai attraversati se non con la fantasia. E ricorda anche i tuoi occhi lunari, brillanti, ora frammenti vivi, ma lontani, di quando ti sei presentato a casa mia solo per il piacere di farmi una sorpresa. Saremmo partiti per Chamonix dopo sei giorni e ti preoccupava che ancora non avessi infilato in borsa un capo adeguato. Quando ti ho aperto la porta indossavo il pigiama. Ero stanca: dopo una giornata in redazione, sognavo solo di sprofondare sotto le coperte a leggere Emily Dickinson. Tu mi hai baciata sull’uscio, io ho cercato di nascondermi.  Ero senza trucco, praticamente disarmata. Mi paragonavi alle stelle, ai fiori, ma io mi sentivo una falena vicino ad un lampione. Mi innervosiva la tua presenza. Ti rimproveravo sempre di avvertirmi se ti saltava in mente di passare a trovarmi, ma tu niente, mai una telefonata, mai un messaggio per dirmi «ehi, guarda che sto arrivando». Ridevi della mia aria sorpresa e un po’ indispettita non appena aprivo la porta.  Avevo l’impressione che ti divertissi a piombare a casa nei momenti meno opportuni. Una specie di tortura dolce, apposta per farmi arrabbiare. Anche quella sera, la sera del maglione viola, ti ho messo il broncio. Tu mi hai avvolto tra le braccia lunghe e mi hai riempita di baci. Io ho fatto come per pulirmi la faccia ed è stato in quel momento che hai tirato fuori il regalo. «A te che saresti capace di partire per la neve con una blusa» hai detto.  Accigliata, ho scartato il pacco. Il maglione l’ho provato subito. Mi sono tolta il pigiama e ho sfilato con il nuovo capo fino allo specchio di fronte alla porta del bagno, nell’ingresso. Avevo addosso solo quello e i lembi di lana coprivano a stento il sedere. Mi piaceva come mi stava: non cingeva i fianchi e il tessuto mi abbracciava, evidenziando la curva del seno. Avevi insistito per vedermelo indossato. Volevi essere certo che quel colore sanguigno mi donasse. «Con questa pelle alabastrina e i capelli neri, il viola è un amplificatore di delicatezza» sostenevi. Mi sei venuto incontro davanti allo specchio e mi hai fatto volteggiare. Hai esclamato «Voilà» mentre io giravo smuovendo l’aria in quel corridoio stretto, eppure giusto per viverci da sola. Nuotavo nella vastità che avevi nello sguardo e che sapevo per me, non solo quando mi fissavi prima di toccarmi, ma anche quando facevi il caffè, sbucciavi una mela o scartavi il pacchetto di Camel.

Non avevi cenato e sentivi fame. Così ho riposto il maglione nella carta regalo, ho rinfilato il pigiama e ti ho preparato un piatto di pasta. Ti piaceva guardarmi trafficare ai fornelli. Dicevi che le cose preparate apposta per te avevano più gusto. Ho apparecchiato il tavolo di ciliegio e mentre sistemavo i piatti e i bicchieri mi hai afferrato la mano e me l’hai stretta. Mi volevi in braccio a te, ma rischiavo di far scuocere la pasta.

Lavoravi sempre fino alle nove e quando venivi da me non passavi nemmeno da casa tua, quasi fossi ansioso di vedermi. Giungevi sfatto, con il nodo della cravatta allentato e l’orlo della camicia celeste leggermente sblusato.

Tra una parola e l’altra avvolgevi famelico gli spaghetti con la forchetta. Un morso, due, tre e svuotavi il piatto, fondo che ci si poteva affogare l’anima. Abbiamo chiacchierato del viaggio in auto fino in Francia e abbiamo pianificato le tappe e il nécessaire per la vacanza. Mentre parlavi, strofinavo la testa lungo il tuo braccio, proprio come Mia, la tua gatta persiana. La imitavo perché mi hanno sempre incuriosito i gatti ed i loro vaghi tentativi di reclamare attenzioni. Siamo rimasti insieme un paio d’ore. Tu che volevi intrecciarmi i capelli e io che ti sfuggivo. Tu che mi fermavi il braccio per il polso e io che lo tiravo via. Mi afferravi la faccia tra le mani, me la premevi, e mi entravi negli occhi quasi che da lì tu potessi guadare i miei pensieri. I fiori bianchi stavano nel vaso di ceramica cinese. Me li avevi donati qualche sera prima. Respiravano là sulla mensola della finestra con le tende tirate. Mi hai chiesto di spegnere le luci e di accendere una candela. Ci siamo seduti a terra, nel salotto. Tu dritto con la schiena contro il divano e le gambe stese sul tappeto, ed io con la testa tra le tue braccia. Alla fine mi arrendevo sempre alla tenerezza.

C’era un gran silenzio. Ricordo un bacio e la mia faccia avvampata, nonostante gli anni che avevamo già trascorso insieme. Volevi dormire da me ma te l’ho impedito. Ci provavi con mille argomentazioni a sdoganare quella mia fissazione che a stare sotto lo stesso tetto ci si fa soltanto del male. «Del fuoco alla fine resta solo la cenere» dicevo. Tu replicavi che era un’idiozia e un po’ ti offendevi quando ti spingevo fuori dalla porta dopo la buona notte. Mi pregavi con gli occhi, come un cucciolo. Qualche volta non ce l’ho fatta a lasciarti andare così e ti facevo strada verso la camera da letto. Il patto era che te ne saresti andato senza protestare la mattina seguente, con lo stomaco pieno di una brioche al burro e una tazza di caffellatte. Però quella sera, quella del maglione, non ti ho chiesto di restare. Sul far della notte sei andato via. Mi hai schioccato un bacio sulla guancia ed hai attraversato la porta, lasciandoti alle spalle i cioccolatini sul tavolino in salotto, il mio bicchiere semipieno di vino e i piatti sporchi impilati per la lavastoviglie in cucina.

Rindossare il maglione è stato come andare sotto, travolta da un’onda. Allora ho afferrato la bottiglietta di Paco Rabanne e ci ho spruzzato sopra tre gocce, tanto per affogare l’odore della nostalgia. Quando giungerà la primavera, riporrò di nuovo il maglione nell’armadio, in una scatola, per fare largo ad un’altra stagione. Ma so già che non basterà l’aria vivace ad intrappolarti sul fondo di uno scaffale e ad accantonarti. Continuerai a galleggiare nei pensieri informi, a svegliarmi la notte come una febbre improvvisa e fuori luogo, e ti rivedrò nella luce tremula della candela che rischiarava la stanza dove festeggiammo il mio non compleanno. Tenterò di appannare i sensi e mi aiuterà non affondare le mani e la faccia nella morbidezza di questa maledetta lana viola.

 

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