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Crisi. La prima cosa che mi balza in mente è la canzone dei Bluvertigo (“La crisi, appunto) che ascoltavo a palla a 17 anni. Ve la ricordate? Oggi di anni ne ho 29, e non so perché, ma se mi chiedete come sto, vi rispondo che sto bene. Sarà perché un lavoro, seppur precario, ce l’ho e assomiglia pure a quello che mi piace fare. Sarà perché mia madre e mio padre, alla fine, stanno bene e mia sorella minore si sta affacciando ora su questa società impazzita. Che riflessioni banali, vero? Eppure la maggior parte della gente pensa proprio a  questo. Oltre il mio giardino dismesso, però, viviamo in un ricatto perenne dove ci sono troppi sordi e troppi muti. Parlo da donna del domani, visto che oggi lambisco ancora i confini di due età. La mia crisi è quella dei miei simili, spauriti, a passeggio in un mondo che non riescono a capire e ad attraversare. La mia crisi è quella del mito di una società giusta, equa, a conti fatti, velleitaria. La mia crisi è la tua: quella di uno Stato alla deriva, senza politica, sceso in trincea contro i suoi stessi componenti. “Lavori in corso”, dunque, per ricominciare dal dibattito e dalla partecipazione e pian piano ricostruire

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