99%: il libro di Gianluca Ferrara tra le ragioni della crisi e le vie del cambiamento

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Mentre uno sparuto gruppo di speculatori detiene le sorti dell’economia globale, il popolo si spezza tra  ricchi e poveri. L’anno appena trascorso sarà ricordato per “la crisi”. Una crisi non solo economica, ma anche antropologica. In questo contesto, forse sospinto dalla consueta curiosità, Gianluca Ferrara (in foto), scrittore e direttore editoriale di Dissensi Edizioni, ha raccontato in “99%” (Dissensi, pag.258,) lo sfacelo della nostra società, con uno sguardo alla caduta del governo Berlusconi e all’insediamento del professor Monti.

Da questo dato vicinissimo, Gianluca fruga nel passato e sbircia nel futuro: dagli accordi di Bretton Woods alle manifestazioni degli Indignados, la matassa è ben intricata. Contrariamente a quanto siamo abituati (o meglio educati) a pensare, la storia recente non è una manifestazione subitanea o un fulmine a ciel sereno. Alligna negli assetti del dopoguerra, e ci impone di frugare oltre il nostro orticello italiano. Così, pagina per pagina, con dati alla mano, Ferrara dimostra che la speculazione, l’arricchimento e lo sfruttamento delle risorse della Terra degli ultimi cinquant’anni sono le compari-gemelle di questa medusa detta crisi che sta restituendo a boomerang il peggio delle illusioni del boom economico.  Per Gianluca, che ad un certo punto cita Tiziano Terzani, l’unica via di uscita da questo pastrocchio è il cambiamento dentro di noi. Una primavera di comportamenti critici, responsabili, meno egoisti e più partecipativi.

faccia di Gianluca Ferrara Gianluca, perché hai scritto 99%?

L’ho scritto per dare il mio contributo. Un contributo per far emergere una realtà da incubo. Poco alla volta, grazie a mass media al saldo di potentati economico finanziari, è stato possibile addormentare la nostra coscienza sociale. Abbiamo permesso al sistema dominante di creare un mondo orribile con immense disarmonie e dove il termine democrazia non ha più nessuna valenza sostanziale.  Un esempio palese è quanto avviene in seno agli organi dell’Unione Europea:  il parlamento, ahimè  non ha alcun potere decisionale. Oggi per i Paesi che hanno aderito all’Euro a decidere è la BCE. Decide una banca che i nostri presunti rappresentanti hanno insignito di un potere grosso: la sovranità monetaria, quella che gli stati membri hanno perso. Oggi gli stati  per chiedere soldi in prestito devono elemosinarli ai mercati di capitali perché non possono stampare autonomamente moneta. Questo significa pagare tassi d’interesse ed essere schiavi di un manipolo di speculatorio. Inoltre, l’ho scritto per dire che nonostante tutto una via di uscita c’è sempre, ma dobbiamo trovarla insieme. Occorre mettersi in gioco e, oltre a denunciare, occorre seminare speranza perché la grande vittoria di questo sistema culturale (prima che economico) è di averci fatto credere che un mondo altro non sia possibile. Non è vero. Bisogna costruirlo insieme e pensare a un nuovo tipo di società orizzontale e non verticale come è quella di oggi,  ben rappresentata dalla copertina del libro.

L’Italia arranca tra un debito pubblico pesante e mancate riforme strutturali verso i veri ricchi. Da studioso ed editore controcorrente mi elenchi quattro azioni concrete, due dall’alto e due dal basso, utili per risollevare le sorti della nazione? 

Dall’alto temo che non ci dobbiamo aspettare nulla di buono. Il cambiamento può avvenire solo dal basso attraverso, prima di tutto, la consapevolezza che può essere garantita solo da un’informazione libera e indipendente. Attraverso la rinuncia del proprio potere personale (piccolo o grande che sia), di questa nefasta necessità di pensare solo con l’io e non con il noi. Dal punto di vista tecnico sono sempre più persuaso che se l’Italia resta nella gabbia dell’Euro, non uscirà dall’emergenza. Romano Prodi aveva promesso che con l’Euro avremmo lavorato un giorno in meno, ma  guadagnato come se avessimo lavorato un giorno in più. Oggi il lavoro, specie per i più giovani, non c’è proprio più e per chi c’è l’ha è accaduto l’esatto contrario.

L’Euro non fa altro che arricchire economie forti come la Germania che con questa moneta comune hanno visto crescere le loro esportazioni, proprio verso quei paesi dell’area del mediterraneo le cui economie sono, di conseguenza, al collasso. Non si possono legare economie diverse e fissarle in maniera rigida (senza quindi possibilità di svalutare) ad una moneta. Il paradosso sta alla base: l’Euro è stata pensata appositamente per favorire i pochi mercanti e non le persone.

Occorre, come accennavo, riacquistare la sovranità monetaria. Fondamentale, inoltre, sarebbe tassare la finanza, ma in maniera reale e non, come proposto, con tasse ridicole dello 0,01%. Ripudiare il debito che strozza la nostra economia, o almeno quella parte di debito illegittimo su cui le grandi banche internazionali già ci hanno pienamente guadagnato, lucrando sui tassi d’interesse. Del resto Monti è stato chiamato proprio per garantire che si paghino questi debiti e che la politica neoliberista continui, sebbene questo equivalga a distruggere le esistenze di tante persone e i quotidiani suicidi ne sono una triste testimonianza. Ovviamente, occorre far passare il semplice concetto che a pagare di più devono essere i ricchi e non i poveri. Inoltre occorre bloccare sperequazioni ingiuste dove la varianza tra stipendi può schizzare di centinaia di volte. Si pensi a Marchionne che guadagna 400 volte più di un operaio.

Per voltare veramente pagina si dovrebbe orientare verso un nuovo paradigma sociale, rompere ogni tipo di legame col sistema neoliberista e questo modello economico della crescita infinita. Coloro che si dicono di “sinistra” ma si accingono a governare con partiti come il PD, che ha votato crimini sociali come il Fiscal Compact, dovrebbero avere la coerenza di dire che in materia economica quasi nulla cambierà con il prossimo governo di “centro sinistra” che verosimilmente ci governerà. Credo che verranno barattati alcuni diritti a favore delle minoranze, ma la politica economica,(come fu ben preannunciato dalla metafora di Eugenio Scalfari del pranzo già pronto su cui si potrà solo decidere che spezie aggiungere) sarà la stessa.

Come sta reagendo la gente al libro? Lo stai presentando in giro?

Già prima dell’uscita ho partecipato a due inviti anche se il mio obiettivo principale è quello di scuotere le coscienze e indicare delle strade, e questo si evince anche dalla sola lettura. Diverse persone che non conoscevo mi hanno contattato dicendo che l’hanno letto e che sono rimaste positivamente coinvolte. Sembra che trapeli molta energia e desiderio di cambiamento. Dicono che la forza del libro è che non si limita a denunciare. Esso vaglia delle soluzioni e soprattutto ha il merito di trattare i problemi non da una singola angolazione, ma nel loro insieme. Di questo sono felice perché il mio intento, anche se è stato faticoso realizzarlo, era proprio quello di dare una visione d’insieme.  Il limite di certi testi è che trattano singoli aspetti di questa crisi. Secondo me, invece, occorre guardarli nel loro insieme per avere una prospettiva completa e non come particolari di un quadro che, in verità, va ridipinto.

 

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