A proposito di D. e di quando volevamo abbrancare il mondo

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D. dice che mi vuole bene, anche se non ci siamo visti per un’eternità. Gli rispondo che conta poco o niente se uno ha condiviso un percorso. Il tempo passa ma non cancella il meglio di noi, le persone che c’erano e che si portano dietro un pezzo di quel che siamo stati. D. è un amico storico, uno del gruppo dei tempi dell’università. Dinoccolato, sigaretta stretta tra le labbra e una scarica di bestemmie contro il mondo e un destino certe volte ostile. Mi parlava di Napoli, sentiva di appartenerle. Me la rivelò dalla collina, in via Petrarca. In mano stringevamo una birra. Era un sabato di aprile, l’estate sarebbe giunta presto. Io abitavo in provincia, non sapevo granché della città dove studiavo. Lei, da lassù muta e luminosa, si srotolava fino al mare, fino a dove la luna si rifletteva sull’acqua. Mi mancava il respiro. Avevo venticinque anni e avrei voluto fosse per sempre. D. mi aveva prestato il cd originale dei Guns N’ Roses, cimelio di quel periodo speciale. Di quel periodo che si consumava sera dopo sera nel centro storico o a forza di chiacchiere sulle scalinate della Facoltà. D. e io parlavamo un sacco, eravamo complici, seppur diversi. Avevamo i nostri magoni, le nostre trepidazioni. L’ironia ci salvava e ne facevamo un vanto. Lui aveva perso la testa per una ragazza bellissima e viziata, io pensavo ad un ragazzo che era innamorato di un’altra. Non lo raccontavo a nessuno, era il mio segreto. Questo ragazzo prendeva a calci le nottate per dimenticare quella che non lo considerava più. Avevano avuto una storia. Io lo seguivo da lontano, con il mio segreto e il desiderio di abbracciarlo. Pensavamo che la vita fosse tutta là, su una scalinata, in un mucchio di appunti, in una compilation, in un film guardato in compagnia. Volevamo laurearci, volevamo abbrancare il mondo. Avevamo un mucchio di idee, non conoscevamo l’amarezza, la fatica, il compromesso. Ci attraversava la luce e non lo sapevamo. Ma siamo ancora quei ragazzi. Lo siamo ogni volta che ridiamo. Lo siamo ogni volta che ci riconosciamo tra la gente, fregandocene che era ieri e non oggi.

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