Adel

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Che cosa vede un bambino con gli occhi grandi e neri dal finestrino di un treno che va?

Siede di fronte a me il piccolo. Si chiama Adel. Indossa una tuta e accanto a lui c’è suo padre. Con loro anche la sorellina e la madre giovanissima. È un momento qualunque di un giorno qualunque. Il bambino alita contro il vetro e traccia segni sulla condensa. L’umanità di questa porzione di mondo non gli rassomiglia. Né a lui, né a sua sorella con gli stessi occhioni, né a sua madre col copricapo, né a suo padre, padre-famiglia orgoglioso anche senza patria. Essa brucia, è un covo di disperazione e delle peggiori pulsioni umane: il potere, il controllo, la fame. Questa sequenza di immagini mai viste, di luoghi che si sovrappongono li ingloba, ma non li culla.  Gli apolidi sono fuggiaschi e hanno ben poco oltre se stessi.

Adel e i suoi si toccano, si annusano come gatti vicino al fuoco. Almeno così riescono a sentirsi vivi.  La sorella di Adel sorride e il riflesso è abbacinante. Così piccola custodisce già un segreto. E sta tutto nel suo sguardo promesso chissà a chi. Un segreto che offusca il non sense dei gesti noti, le corse, le unghie smaltate delle mie coetanee, i push-up sotto i tailleurs blu di fine stagione o lo sfogliare distratto delle pagine di una rivista di moda. Sorride a questo Occidente che non conosce, salvifico. Lei sbadiglia, allarga le braccia al nuovo, mentre io avverto in bocca il sapore della plastica

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