Almeno una volta abbiamo creduto che Napoli fosse nostra

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Soffia il vento. Via Partenope è un pezzo di mondo, distante anni luce da certe città cortesi e un poco vintage. Vengo dalla sede del Mattino. Mi hanno detto che di cultura non posso scrivere e me ne sono fatta una ragione quando ho intravisto l’orizzonte attraverso le finestre, nella stanza dei giornalisti. Così ho ringraziato e me ne sono andata. Adesso cammino senza meta, seguendo l’andamento del lungomare. Ecco i ristoranti, le pizzerie. I camerieri lavoreranno anche a pranzo. Qualcuno opterà per la pizza, qualcun altro per la zuppa di pesce o un sarago arrosto. Una signora chiacchiera al cellulare sul suo balcone. Davanti a me e a lei Castel dell’Ovo, il Borgo marinaro. La Napoli bianca, senza macchie e senza peccati. C’ho passeggiato anche con Michele qua, decine di sere. Su e giù dalle scale che portano fino a via Chiatamone. Sempre davanti al mare noi due. Sempre a lasciar andare lo sguardo, oltre la ringhiera, fino alle luci in lontananza.

Almeno una volta abbiamo creduto che Napoli fosse nostra, che potesse proteggerci e farci crescere. Stronzate, adesso. Tutte stronzate.

Pesco il cellulare dalla borsa. Michele mi sta cercando.

-Allora?

-Allora, niente. Per le pagine culturali non se ne parla. Ci scrivono già in tanti.

Mugola tre secondi, poi dice che potrebbero cambiare idea e richiamarmi.

Figuriamoci, penso, ma non dico niente.

Michele torna alla sua relazione sulla nascita dei sindacati. Io ho voglia di un caffè e vado al bar. Neanche a dirlo: il bar è pieno e sgomito per guadagnare spazio davanti al bancone. Da queste parti caffè a tutte le ore, ragazzi. Chiedo se posso accomodarmi all’aperto. Il barista fa sì con la testa e sorride. Mi vengono in mente le parole di una signora in metropolitana che replicava alla discussione del giorno: perché i napoletani non difendono i loro luoghi? perché non se ne vantano? La signora asseriva che siamo solo una cartolina o materia prima per il telegiornale, dipende dalle situazioni. Per il resto: servizi zero, tasse a chili e stress in progressione. Suo figlio è partito da un pezzo e torna a casa solo a Natale. La lontananza gli fa apprezzare le cose di una vita, pare. Ho guardato la signora con un’espressione tra la consapevolezza e la malinconia. Annuivo, neanche servisse a qualcosa. A volte penso che se non fosse per questo blu, per questi spruzzi salmastri, sarei partita anche io. Una volta, ai tempi dell’università, Giacomo, a Piazzetta Nilo, mi disse che Napoli è come una sirena: se la rinneghi, lei ti chiama. Quando marinavamo le lezioni e occupavamo le ore tra Corso Umberto e via Mezzocannone, Giacomo non faceva che parlarmi di questa città: Napoli è questo, Napoli è quello. Io volevo solo laurearmi e tagliare la corda, dire basta con questa confusione, con questa anarchia, con questa impudenza che se il Cielo vuole, andrà tutto bene. Dico: ma siamo pazzi?

Per Giacomo la pazza ero io.

-Ma vedi quanto è bella Napoli? Palpita!

Napoli era uguale a se stessa, imprigionata nei suoi errori, nelle sue preghiere, nei suoi miti, incapace di organizzarsi. Io smadonnavo e Giacomo rideva. Rideva perché capiva che amavo questi luoghi con tutta l’anima, che erano già diventati una parte di me, come le dita, gli occhi, le orecchie. Semplicemente: mi opponevo a un sentimento insano. Lo contrastavo a parole, nella speranza che anche il mio inconscio si ravvedesse.

Le cose non sono cambiate. A volte chiedo a Michele come si fa a desiderare di vivere qui. Lui mi guarda in tralice e mi indica la porta. Litighiamo, e decido di lasciare tutto e di cambiare aria. Mando al diavolo il castello sull’acqua, la pizza, la musica, il centro storico, la gente, le scale, le chiese. Cerco una stanza in affitto da qualche parte, consulto on line le offerte di lavoro, avviso gli amici. Tutto pronto, finché succede: da un angolo della città alzo gli occhi e vedo la bellezza. Scorgo l’armonia, ovunque. Sopra i tetti, tra i balconi, nelle piazze, nei vicoli. Finisco le parole e dimentico perché ero arrabbiata. Succede che mi sento inchiodata, che ho fiducia nei luoghi e nella gente. Forse ha ragione chi dice che le radici non si rinnegano. Sicché Michele si scatena e mi prega di ascoltarlo una buona volta. Per lui la scelta migliore che potremmo fare è affittare un bilocale a Piazza Calenda. Argomenta citando vari avvenimenti: certi ritrovamenti archeologici che rendono illustre la zona, per esempio. Dice che si respira la storia. Io sbotto: ma che storia e storia se la gente dissemina sporcizia? E se lo avverto che da quelle parti non ci metterò piede, si offende. Mi augura di restare a vita a piazza Carlo Terzo e di non pentirmi per aver fatto di testa mia, ancora una volta. Ma la verità è che tutto si riduce ad una questione di necessità o al caso. Nel mezzo di questo girotondo (odio e amo, amo e odio), finisce che resto ad un passo dalla sponda, piena soltanto delle mie impressioni. E si ricomincia.

 

 

 

 

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