Anche i timidi hanno le palle

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Avevo sedici anni e i miei compagni di classe mi chiamavano il capo degli utras. Ora, se poteste vedermi, vi domandereste la ragione di un’assimilazione del genere. Il fatto è che ero un’ex timida e non dicevo sì da un pezzo. All’occorrenza rispondevo male finanche agli insegnanti. Non a tutti, però, solo alla professoressa di Lettere che di creatività e introspezione non capiva niente. Piangeva in classe perché la figlia aveva fumato marijuana durante la gita scolastica.

Mi chiamava piccolina, e mi chiedeva continuamente di tagliarmi i capelli. Voleva che la smettessi di improvvisare se parlavo di Leopardi, di Quasimodo o di Saba e che seguissi l’ordine dei paragrafi sul testo scolastico. Io continuavo a interpretare quella vita sepolta, lontana anni luce, eppure già mia.

La professoressa minacciava di appiopparmi un voto più basso.

«Me ne frego che scrivi bene» diceva.

Io per tutta risposta disegnavo il sole sulla bella copia del tema. Testavo la pazienza a colpi di provocazioni e scemenze. La scuola mi aveva dato tanto, e ora che inseguivo il senso della vita, restavo delusa da un’insegnante scialba. Si può insegnare Italiano a degli adolescenti senza un minimo di trasporto? Parlava di Romanticismo come dell’ultima moda. Non la tolleravo questa pochezza. I miei compagni non studiavano affatto, io me la cavavo anche con l’improvvisazione. Fioccavano i bei voti. Conoscevo l’amaro di certi pomeriggi trascorsi a riempire pagine di diario, e quel sapore mi salvava sempre. Bastava sviscerarlo, applicarlo al passato, romanzarlo. Una secchiona furba, ecco cos’ero.

Facevo ridere tutti con la mia faccia di bronzo.

Il corpo docenti del liceo mi mandava a chiamare per scrivere qualche articolo sul giornalino o il discorso per la solita festa della coccarda.

La professoressa di Italiano si arrabbiava.

«Questi discorsi devi farmeli leggere, sia chiaro».

Dovevo obbedire, e le consegnavo i miei fogli verdi. Speravo che il colore acido le avrebbe disturbato la lettura.

Ci infilava sempre le mani in mezzo ai miei pensieri. Stravolgeva le frasi, cambiava le parole. Mi riconsegnava gli appunti e rideva. Ridevo pure io, perché meditavo vendetta.

Nell’attesa, la mattina, non appena in classe, citavo cantanti pop sulla lavagna. Il ritornello più gettonato era “Eccezionale” (Penso che svegliarsi alla mattina sia una cosa eccezionale) di Irene Grandi che nel video appariva una barbona felice. Con addosso gli stracci e il sorriso sulla faccia, rappresentava l’immagine di donna più vicina ai miei desideri. Mi stava tutto stretto: il paese, le lezioni di letterature immutabili, le mille domande a cui non trovavo risposta. Non avevo timore di esternare in pubblico la noia o la contentezza.

Perché la mia insegnante mi considerava mezza pazza?

Questa guerra è durata due anni, fino all’ultima festa della coccarda. Mentre alcuni ragazzi consegnavano una spilla a forma di fiocco ai maturandi, io leggevo il mio sermone, per la prima volta nella versione originale. Guardavo la prof. di Italiano e leggevo.

La grassona si arrabbiò molto, ma doveva imparare che l’espressione è anche libertà.

Non sapevo ancora quanto avesse a che fare con la fortuna e la prostituzione.

 

 

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