Avere 30 anni: la mia generazione nostalgica

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Dirlo non consola: gran parte dei miei coetanei è nostalgica. E non parlo della nostalgia propria della personalità di qualcuno, no. Parlo di una nostalgia generazionale, saudade per il tempo che fu.

Abbiamo trent’anni: l’università l’abbiam lasciata da un pezzo, sogno è una parola che ci pare abusata e fatua, baratteremmo questi giorni con l’estate di dieci anni fa o se proprio non si può, ci accontenteremmo di risvegliarci prima della crisi economica, prima di una presa di coscienza che ci ha fatto male come una porta in faccia.  I ricordi riecheggiano. Certo che è strano: fino ai vent’anni non vedevamo l’ora di crescere, di sperimentarci. Chissà che doveva accadere: una vita scoppiettante prendeva forma nei discorsi. Poi, a venticinque anni di crescere non avevamo più tanta voglia, ma ci bastava dondolarci, esitare, discettare di viaggi, di musica, di amori appassiti, di politica. Quel che avremmo fatto – il praticantato a zero ore, gli stage, le smorfie ai capi padroni, le fughe immaginarie – non ci sfiorava. Figli di papà o squattrinati, futuri manager o baristi non aveva importanza. Non conoscevamo la malizia di uno sguardo superbo, la fatica di farcela, di salire la china. Qualcuno, tra gli adulti, ci attendeva al varco, qualcun altro è rimasto sorpreso quanto noi della difficoltà di edificare, di dire futuro. Se ci si incontra sul treno o sull’autobus, ridiamo e rievochiamo i giorni in Facoltà, le sere al pub a vagheggiare. Ci chiamano buoni a nulla, ma non sanno quel che dicono.  Leggiamo che sarebbe meglio imparare un mestiere, studiare da idraulico o impastare il pane.  Parole al vento. C’è chi ha studiato. C’è chi voleva lavorare dietro una scrivania, avere un ufficio. C’è chi ci è riuscito dopo un costoso master e chi ci spera ancora, sebbene passi i giorni al telefono a vendere contratti.  C’è chi ci è riuscito e basta, e gli danno del fortunato, del santificato, del raccomandato. C’è chi ti fa le scarpe e c’è chi ti tende la mano. È la legge della giungla, perché gli esseri umani a volte non vedono oltre il loro naso.

E mica lo sapevamo.

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