Cade la terra: intervista a Carmen Pellegrino, autrice del romanzo

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Un tassello della grande letteratura meridionale. L’ha detto Andrea Di Casoli a proposito di “Cade la terra” (Giunti), il primo romanzo di Carmen Pellegrino, già autrice di saggi e di racconti. Il testo è corale e si alimenta delle storie dei vari personaggi. Personaggi che abitano o hanno abitato ad Alento, un paese immaginario, ma caratterizzato da un fenomeno corrente: l’abbandono dei piccoli centri. E mentre tutti scappano da un borgo che rischia di estinguersi, Estella, religiosa pentita, torna nei suoi posti. Accetta di fare da tutrice in una famiglia, finché non sono tutti costretti ad abbandonare le case e un pezzettino di sé. Estella, però, è colei che non fugge. Intercetta – custode irreprensibile – i desideri, le paure, i sospiri di quanti hanno trascorso ad Alento buona parte dei loro giorni. I vivi e i morti si scambiano il posto, alla maniera di quel film con Nicole Kidman, “The Others”. Chi ha già letto qualcosa della Pellegrino ne rincontrerà la prosa morbida, il lessico raffinato.  La Pellegrino – come la Tomassini – onora la nostra bella lingua, scegliendo soggetti e percorsi per niente pop.  La vita, la morte, le radici sono i motivi conduttori di questa opera che rammenta le atmosfere magiche e noir insieme di Cortazar e di Allende.

Carmen, una volta mi hanno raccontato una storia. Al centro, un paese argilloso, fatiscente e una donna, Dorina, che non voleva mettersi in salvo dalle frane. Tu sei cilentana, hai nel cuore silenzi e sassi. Quanto c’è della tua terra nel libro? A chi o a cosa ti sei ispirata?

Della mia terra c’è in primo luogo la terra. Nel senso del suolo così instabile, anche in senso metaforico, eppure così saldo e potente nella sua immobilità. Ci sono le grotte. Le montagne, dove si invecchia precocemente e più in fretta. Ci sono le gobbe di ghiaia e i precipizi.  E poi questo procedere lento, ma lento. Quando torno dove sono nata ritorno vecchia, più di quanto non lo sia altrove.

Che tipo di donna è Estella e perché torna in paese?

Estella è l’ultima abitante di Alento, e Alento dal punto di vista geografico è Roscigno Vecchia, borgo abbandonato nel cuore del Cilento montuoso.  E’ una scampata, sopravvissuta a un dolore che curva i monti e che s’impiglia nell’abbandono – l’abbandono da parte di chi ti mette al mondo e poi più in là: tutto negato. Torna per cercare ancora una volta un posto in cui stare, e cammina per le vie del paese. Il punto è cheEstella sembranon essere in grado di riconoscere l’amore, se pure lo incontra.

Le radici sono un tema preponderante del romanzo, oltre che un particolare della copertina. L’appartenenza, se pensi ai luoghi, al tempo, è un sentimento che ti attraversa?

Le radici me le immagino proprio come quelle della copertina, randagie, mobili. Sembra una contraddizione, ma mi viene in mente l’isola volante di Laputa, descritta nei viaggi di Gulliver.

Tu scrivi da anni: racconti, saggi, articoli. Com’è stato in termini di fatica, di soddisfazione scrivere un romanzo?

Scrivere è faticoso. Lo faccio solo quando è necessario, tante volte col fiato sul collo di una consegna. Finire Cade la terra è stato come posare una pietra:ne seguiranno altre,oppure più niente.

Il tuo romanzo abbraccia folklore, leggenda, sentimento.  C’è una tensione emotiva che pervade le pagine, come accadeva nelle migliori opere del Realismo nel sud Italia.  Credi che l’ambiente, la condizione sociale possano influenzare gli atti creativi?

Non so se in generale sia così, per me lo è: se non fossi nata in quel buco di mondo da cui il mare è solo un belvedere in lontananza; se non avessi in parte vissuto in una dimensione, seppure scontornata, di abbandono, non avrei avvertito quella specie di attaccamento ai luoghi desolati, dove in un modo o nell’altro mi sento a casa.

Tu scrivi quando non puoi farne a meno e sei severa con te stessa. Che scrittrice senti di essere? Dove si indirizza la tua voce?

Alle cose dimenticate, perdute. Agli uomini e alle donne che la storia non ricorda. Tutto ciò che viene visto come un puro nulla. All’invisibile dunque guardo, in qualunque modo lo intendiamo.

Se ti candidassero allo Strega 2015 cosa diresti?

Ringrazierei, ma la mia casa editrice ha già un candidato. Tuttavia, quando Gian Paolo Serino ha definito Cade la terra un romanzo da premio Strega, mi ha dato parecchio coraggio. Gliene sono grata.Lo stesso ha poi fatto Angelo Mellone.

Per te scrivere è…?

Per un’assonanza mi viene in mente Pavese: dire una terra che nessuno ha mai detto.

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