Christiane deve morire, Veronica Tomassini: «Nella Varrani non c’è epica»

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È passato quasi un anno dall’ultima intervista a Veronica Tomassini, scrittrice e giornalista, che predilige gli outsider, le lacerazioni, le spaccature. Che raccoglie ciò che gli altri perdono, che scrive come se cantasse. La ritroviamo a qualche mese dall’uscita di “Christiane deve morire” (Gaffi), il nuovo romanzo. Siamo in Sicilia, a Siracusa. C’è la redazione di un giornale, e una ragazza di trent’anni, sensibile, romantica, la cui percezione delle cose è stata influenzata dal best seller “Noi ragazzi dello zoo di Berlino”. Di cognome fa Varrani e per tutti è la redaktora. Il marito l’ha abbandonata da un giorno all’altro. Lei si getta a capofitto nel lavoro per sfuggire ad un assedio emotivo di odori e parole sussurrate. Segue le vicende di un campo rom, ma se a lei interessano i risvolti sociali, al suo capo tutt’altro. La incita a scovare qualcosa di eclatante, qualcosa che possa risvegliare la curiosità di un pubblico abituato ai furti di bestie da cortile e alla violenza, oltre che allo sport. La Varrani non troverà niente di sensazionale: solo mondi scomodi, non luoghi e stati d’animo. Con uno stile che è ormai un marchio, Tomassini si ispira ancora una volta a fatti che direte semplici, ma che ammetterete, solo in cuor vostro, di avere tralasciato senza un preciso motivo.

Veronica, Christiane deve morire racconta più vite, ma esse si compiono nel bene o nel male attraverso il sentire della protagonista, la Varrani.  Lei è una ribelle in fondo, una che vive forte o piano, una a cui interessa la vita e poco altro. Che ci dici di questo personaggio che canta De André e fa amicizia con i rom, della sua passione per la scrittura, della sua insofferenza, delle sue paturnie?

Dico che, come quasi tutti i personaggi di questo romanzo (quasi, non tutti), Varrani non ha niente di eroico. Non c’è epica in questa donna, nemmeno nel suo dolore, nella sua miseria, o nella miseria degli altri. Tutte le vite raccontate in questo romanzo concorrono a confermare l’assunto: spesso è tutto molto meno di quel che ci aspettiamo, persino l’amore, la nostalgia, nella prospettiva delle cose del mondo. Lei è una che sta fuori, un ronzino con le ambizioni di un outsider, ma resta un ronzino. Ho cercato di rappresentare quel che siamo, senza la tentazione di abbellirci, non riferendo di antieroi, perché anche gli antieroi hanno un segreto o un tentativo epico da rivendicare. Noi e basta, noi in quanto genere umano, categoria che procede male, un salto indietro rispetto a tutte le altre specie.  Varrani però ha le sue patetiche, estreme sensibilità, le sue inclinazioni,  i suoi piagnistei, De André, i libri, un mucchio di patetismi con cui rivestirsi, e la sua tristezza perenne.

Attraverso la Varrani fai luce sugli ambienti del giornalismo di provincia, sul precariato nel settore, sugli scoop a tutti i costi, e peggio sulla grettezza di certi capi. Perché la Varrani e il suo capo non riescono a comprendersi?

Il capo traduce l’alienazione, l’ottusità, l’autismo sociale dove siamo finiti tutti, e dentro tutti ci siamo persi. Non si capiscono perché un sordo parla all’altro, ognuno con sue priorità.

Che posto occupa l’amore nel libro?

L’amore è tutto, non c’è niente da fare, per Varrani e per il suo alter ego (sarei io). L’amore è il grande assente e come si sa le assenze contano di più.

In rete hai chiesto ai lettori di accogliere il nuovo lavoro dimenticando Sangue di Cane perché non c’è continuità tra i due testi. Eppure le tematiche, almeno per linee, sono contigue, non trovi?

Sì, sono contigue. L’emarginazione, l’inadeguatezza, l’incapacità di stare in questo mondo, mangiando tonnellate di sale all’incirca (rivisito un detto abruzzese). La solitudine, tutti sinonimi, sostantivi prossimi l’un con l’altro. Ma sono due storie diverse, toni narrativi diversi.

La forza di questo romanzo (e pure dei tuoi pezzi) sta nella scrittura spigolosa e vibrante, che è la tua scrittura da qualche tempo. Una scrittura lirica, incalzante anche. Veronica, come si costruisce una voce del genere?

Non lo so, a volte penso che sia la vita, la sua durezza, la sua implacabilità. Senz’altro il dolore.  A volte son sicura che le parole o le voci stiano in un luogo dove tutto è da sempre, e stanno lì e aspettano soltanto qualcuno che le riconduca dove serve.

La rete ha modificato il rapporto tra lettori e scrittori. Che feedback stai ricevendo sul libro dalla gente?

Qualcuno comincia ad arrivare, piano piano,  sono lettori di Sangue di cane che in fondo aspettavano questo secondo. Altri sono lettori nuovi.

Hai qualche presentazione in programma?

Forse Roma, in autunno. E non so, vedremo.

Stai scrivendo altre storie?

Ho un nuovo manoscritto e altre storie, sì. I tempi, ho imparato ad accettare, sono talmente lunghi, bisogna esercitare la virtù della pazienza.

 

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