Christiane F.: vi racconto la mia seconda vita

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«Non so quanto tempo mi resti da vivere. Non mi pongo la domanda, non ne sono capace, non voglio pensare incessantemente alla morte. Spesso ho desiderato che quel momento arrivasse, altre volte mi fa paura, è ovvio. Ma non importa: chi avrebbe mai creduto che sarei arrivata a cinquanta anni?» Questa considerazione, amara, scomoda, reale, è di Christiane Vera Felscherinow, che ne “La mia seconda vita” (Rizzoli, traduzione di C. Galli), torna a parlare di sé dopo il clamore suscitato da “Noi ragazzi dello zoo di Berlino”, bestseller degli anni Ottanta sulla dipendenza da droghe pesanti degli adolescenti berlinesi.  Chi non ha letto quel romanzo, esemplare di non fiction? Ha impressionato centinaia dei trentenni di oggi. La scrittrice Veronica Tomassini ancora ne parla (“Christiane deve morire”, si intitola il suo ultimo romanzo), ricollegando a quelle vicende in odor di Europa, altre della Sicilia più segreta e buia.

Noi ragazzi dello zoo di Berlino

Nel 1978, a Berlino, due giornalisti, Kai Hermann e Horst Rieck, incontrano Christiane. La intervistano in occasione del processo a suo carico per droga e ricettazione.  Il resoconto shock viene pubblicato prima su Stern, storico giornale tedesco, e poi diviene un caso editoriale: Wir Kinder vom Bahnhof Zoo. Christiane, Detlef, Balsi e gli altri incendiano le coscienze e l’immaginario di tanti. Nel 1981 il successo del libro spalanca a Christiane le porte del cinema: volente o nolente è una star. Nel film compare persino David Bowie. La scena del concerto del re del rock glam e sperimentale è riproposta fedelmente.  Siamo a Berlino, 18 Aprile 1976. Bowie sta cantando “It’s too late” e Christiane – 14 anni – si fa di eroina per la prima volta. Inizia un incubo, la discesa all’inferno. Una dipendenza mai sconfitta, che l’ha indotta a battere sui marciapiedi, a perdere qualsiasi aderenza, qualsiasi partecipazione al quotidiano. Il libro, il film accendono i riflettori sull’orrore e lo rendono spettacolare.

La seconda vita di Christiane F.

È il 2010 quando Sonja Vukovic, giornalista attratta dalle personalità estreme, si chiede che fine abbia fatto la ragazzina simbolo degli anni Ottanta. La cerca, e la trova. Vive a Berlino e va a bussare alla sua porta.  Christiane non la riceve subito, Sonja non insiste e la sua discrezione la premia. Sarà Christiane a ricercarla. Sonja e Christiane – occhi color prato, capelli mogano, bella sebbene malata di epatite – si incontrano in un Caffè. Christiane racconta gli ultimi trent’anni (gli incontri con le rock star e i guru del cinema europeo, i viaggi in Svizzera, in Grecia e ancora l’eroina, che l’ha soggiogata ancora e ancora).  Sonja regala la sua voce all’anima di Christiane e le dà spazio. Va delineandosi una donna fortissima e fragile al contempo, che ha riconosciuto, dopo diversi aborti, nella maternità la forma più alta dell’amore. Per il bene del suo bimbo, Christiane smette di drogarsi. Ma dura un attimo. I servizi sociali le sottraggono il bambino e per lei non c’è altro scampo che l’eroina. La giornalista, che voleva solo scrivere un articolo, realizza che ha a disposizione tanto materiale.  Lascia perdere la corsa alla notizia e si dedica a Christiane, alla sua storia.  Rizzoli pubblica il sequel di “Noi ragazzi dello zoo di Berlino” nel 2014. Neanche a dirlo: riecco quella scrittura scabra, necessaria, quella voce, quella vita che in qualche modo ci è appartenuta. 

 

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    One thought on “Christiane F.: vi racconto la mia seconda vita

    1. […] Comunque, niente di nuovo. Negli anni Ottanta, inconsapevoli di tante etiche, abbiamo amato l’opera di non fiction più celebrata. Mi riferisco a “Noi ragazzi dello zoo di Berlino”, storia vera di Christiane Vera Felscherinow, e il recente sequel “La mia seconda vita”. […]

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