Ciak: in scena una vita

ragazza che sogna
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Io e mi figlia non parliamo molto. Non immaginate come mi fa arrabbiare quando al mattino le chiedo di raccontarmi quello che ha sognato e lei mi risponde telegrafica che non se lo ricorda. Non so se dice la verità o mente spudoratamente. E comunque non è che sul resto si sbottoni di più. Nel nostro rapporto frammentato, però, esiste una certezza. Parlo dello shopping del sabato mattina, l’unico momento in cui Misia pare più disponibile. Andiamo un po’ in giro e si lascia consigliare. Giorgio, mio marito, viene con noi. Ha lui il conto in banca. La settimana scorsa, poverino, ha speso 114 euro in magliette fucsia e blu, quasi tutte uguali. «Con quello che spendi in stracci faresti bene a scegliere un capo firmato» ha replicato l’ultima volta mio marito, stufo, mentre frugava nel portafoglio davanti alla cassa. La cassiera gli ha sorriso. Che gli stesse dando ragione? Il bello è che poi Giorgio mi guarda in cagnesco, come se fosse colpa mia. Capite, mia. Mia! È anche tua figlia ma te ne freghi preferisci passare ore ed ore in ufficio e poi vieni qui a farmi la paternale vorrei dirgli, ma sto zitta. Meglio non spezzarli certi equilibri consolidati in silenzio.

Mia figlia si lamenta che non ricorda mai i sogni. Lo so perché l’ho sentita confessarlo alla madre. L’ho anche ascoltata, per caso, mentre ne parlava con un’amica. A me, però, non l’hai mai detto. Ultimamente non parlo molto con Misia. Ci vediamo poco, la sera, dopo ore ed ore trascorse in ufficio. Gli adolescenti parlano a monosillabi e anche da noi non si fa eccezione. Mia moglie invece sta a casa. Quando è nata la bambina le ho impedito di lavorare e poi non ha più ripreso. A volte ho la sensazione che voglia punirmi. Di cosa, però, non saprei dire. Prima insegnava con piacere in una scuola ed aveva sempre qualche aneddoto divertente da raccontare. Con il tempo e con la noia il sorriso si è spento, seppellito da quintali di cipria e chili di mascara. Una bella maschera accigliata. Un groviglio di apparenze, di combinazioni d’abiti, di sfilate dell’ovvio. Un’altra donna che ha nascosto l’essenza dietro un’armatura di sembianze,  portando a spasso una presenza fatua, difficile da riconoscere e da amare. Misia le dà filo da torcere e lei arranca per starle dietro ed accontentarla. Smettila di assecondarla e fai la madre vorrei urlarle, ma non ho il coraggio. Rischierei di farla piangere. Ho già troppe faccende di cui occuparmi, meglio non sovvertirli,certi equilibri consolidati in silenzio.

A un certo punto la mia vita è diventata un casino. È stato il giorno che sono cresciuta di colpo, quando il tempo mi è piombato addosso senza avvisare pretendendo di trovarmi all’erta, quasi abituata a certi incidenti di percorso. Tutto è cominciato quando l’ho visto attraverso i vetri di un bar del centro. Camminavo, guardando le vetrine, quando il mio sguardo si è soffermato su un uomo. Sono tornata indietro per essere sicura  di non aver preso una cantonata. Sì, era proprio mio padre, e non era solo. Era là, seduto al tavolo con una sconosciuta e conversava divertito. La fissava dritta negli occhi, col suo tipico sguardo, a metà tra il sornione e l’appassionato. Rideva, ma a tratti diventava serio. Lei faceva altrettanto, guardandolo, come se custodissero un segreto. Papà le sfiorava le mani, giocava con le dita. Il cuore, piccolo piccolo, faceva improvvisamente male. Papà ha un’amante ho realizzato a malapena. Ho tremato, la vita mi ha investito in corsa, e mi è parso di perdere l’equilibrio. «Stai bene?» mi ha chiesto una passante. Mi sono girata e l’ho guardata con la bocca semi aperta, gli occhi gonfi di lacrime impreviste, senza dire una parola.

Nella sala imperversava un Violentango  di Piazzolla. Lui muoveva la testa per seguire il ritmo delle  parole, che per lei suonavano come promesse. Progetti, fughe, intese. Lontani dal quotidiano, lontani da me e da mia madre. Da quanto si vedevano? Lei giocava col cucchiaino, lo girava nella tazzina ed ogni tanto abbassava lo sguardo, come se volesse visualizzare i pensieri, le parole, gli istanti. Lui la guardava, ancora, con insistenza, senza distogliere gli occhi, nemmeno quando si apriva la porta e qualcuno entrava. La sua attenzione era tutta concentrata sulla sconosciuta. Il cameriere si è avvicinato, ha borbottato qualcosa, loro hanno fanno segno di no con la testa. Il ragazzo si è allontanato, per riapparire dopo qualche minuto col conto. Avrei voluto vomitare le promesse, le false speranze, le favole. Non appena si sono alzati per andare via, ho attraversato la strada, lasciandomi alle spalle le vetrine del bar. Ho vagato per ore per le vie della città senza rendermi conto del tempo che passava, senza avvertire il dolore nei piedi costretti dentro scarpe consunte, o il fastidio delle prime gocce di pioggia sulla testa. Non riuscivo a sostenere il peso che mi opprimeva il petto, fino a soffocarmi. Non capivo se a farmi così male fosse la consapevolezza che mio padre amasse un’altra- e che quindi io soffrissi per mia madre- o la sensazione che da quel momento in poi niente sarebbe stato uguale a prima. La risposta l’ho trovata solo molto dopo, a furia di far finta di vivere. Che cosa dovevo fare? Tornare indietro e urlargli contro la rabbia e la delusione? Non ne avevo la forza, volevo solo sparire. Sono rientrata a casa ad ora di cena. Ero sola. Ho acceso la segreteria, che lampeggiava: «Ciao tesoro, sono io, stasera faccio tardi, ho una riunione importante, non mi aspettare». Ho un padre bugiardo un padre traditore un padre che non è più un padre mi ripetevo. Quando aveva smesso di amare la mamma?

Da un po’ divago sull’amore, sugli equilibri di coppia. Forse hanno ragione i sondaggi a sostenere che la vita in due ha durata breve. Le giornate si sciupano tra impegni di lavoro e riunioni, poi una mattina ti svegli, fai colazione, tuo marito è già vestito e con la borsa a tracolla ti bacia la fronte e corre al lavoro. Un altro giorno ti saluta con lo stesso bacio, magari esci e scopri che ti tradisce. È questo che è successo ai miei?

Basta poco per tramutare una parola non detta in un intero discorso taciuto, in un nodo che ti strozza la gola. Resti immobile, ci bevi su e il groppo scende nello stomaco, nella pancia e ti impedisce di amare, di desiderare, di vivere. Sai che basterebbe una sola, maledetta frase per sciogliere il ghiaccio, per spalancare un portone, per rinnovare un sentimento, ma non ci provi nemmeno. Tuo marito fa lo stesso, non sai nemmeno se ha inteso, se ha capito. Parla al telefono, accende il pc, e tu resti sempre salda nell’orgoglio, con un potenziale discorso tra le labbra, come una rosa che attende solo di essere colta da un’altra bocca.

Evidentemente è così che funziona.

Quella sera, dopo una ventina di minuti spesi a fissare la segreteria, ho preso la giacca e sono uscita a fare shopping. Da allora acquistare è la mia cura, mi aiuta a mantenere il controllo e ad illudermi di poter controllare gli eventi. Possedere per non pensare. Riempire gli armadi, come non ho saputo fare col cuore. Vederli traboccare di stoffe,  scarpe e vestiti per seppellire un vuoto. Il vuoto scavato dalle menzogne, dalla vita parallela di mio padre che non c’era e non c’è.

Non so se mia madre ha scoperto la bugia in cui sta naufragando il suo matrimonio. Io non riesco a dirglielo. Per esperienza ho imparato che è meglio non sovvertirli certi equilibri consolidati in silenzio.

Violentango, Piazzolla (clicca e ascolta)

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