Come di solo andata: la recensione

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“Esistono sensazioni difficili da narrare. Le parole, quelle, non mancherebbero, ma sfuggono”. Scrive bene Stefania Nardini sulla quarta di copertina della silloge “Come di solo andata” (Ed. Il Foglio) di Marisa Cecchetti, insegnante, critica letteraria e autrice di pubblicazioni in prosa e in versi. Eppure, nonostante la difficoltà-intuibile-di dare corpo alle idee, le liriche di questa raccolta si sovrappongono a mo’ di istantanee, di riflessi sfreccianti di giorni andati, scompagnati in un alveo della memoria o della coscienza pubblica. Le poesie rievocano il bianco: la Cecchetti lo scrive, lo cerca e diventa quindi il colore della composizione, della ricerca oltre il caos, oltre i tentativi di afferrare la verità di là dalle apparenze, oltre la vacuità dei giorni. Il bianco diventa anche il colore della femminilità senza accentuazioni, senza esibizionismi. E quando poi le parole prendono a fluire facili quasi fossero sempre state lì sulla lingua, e a gorgogliare, l’autrice le beve, le infila come perline una dietro l’altra. Insegue la consistenza del corpo, la pesantezza dell’esperienza, anche se il nocciolo scivola dalle mani. La consapevolezza di sé, degli altri, i sentimenti, la notte-di dentro e di fuori-tracciano il perimetro della ricerca. Marisa interroga gli specchi, i laghi, i mari. Interroga le lancette degli orologi e gli album fotografici: tutto per provare a dire vita. Per provare a dire io lo so come vanno queste faccende dell’esistenza. Confinati in un cerchio di luce intermittente, gli esseri umani si somigliano per inezia. Il mondo appare loro come un’aporia, e lo stesso capita all’autrice. Il suo affidarsi alla scrittura è un modo di testare il terreno, di tracciare una mappa di musica, forse insufficiente a spiegare la bellezza o l’orrore, ma ottima per provare a cavare dal groviglio un che di personale. Ed è questo il merito della raccolta: permettere al lettore di riconoscersi e in qualche modo di ritrovarsi all’ombra della luna che si specchia nell’inchiostro e che scolora nel fumo dell’ultima sigaretta. Alla fine, mentre l’autrice insegue il filo di tutte le cose, restano le code dei sogni e gli occhi che hanno già incrociato i nostri.

Questa recensione è apparsa sulla pagina culturale de Il Corriere Nazionale

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