Confetti per Pina

Confetti per Pina
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Stamattina Pina si è precipitata da me  per raccontarmi di ieri sera. Era seduta al tavolo con tre ragazze, ma non hanno scambiato nemmeno una parola. “Perché?” le ho chiesto. “Parlavano solo di matrimonio” mi ha risposto con gli occhi sgranati di chi ha appena visto un mostro. Ho sorriso. Ho immaginato la sua faccia mascherare a stento l’agitazione, e la sensazione di prurito che le assaliva il corpo.
A quanto pare le tre fanciulle non lavorano, eppure sono ansiose di diventare mogliettine modello, di quelle col grembiulino e le presine a portata di mano. “Ti rendi conto, queste non potevano pagarsi la pizza ma sono prossime alle nozze” continuava Pina.
E chissà che espressione deve aver assunto quando uno dei futuri coniugi le ha rivolto la parola solo per chiederle se era sposata. “Non ci penso nemmeno” l’ha stroncato lei, sempre più insofferente.
Certo Pina ha un problema. Non so perché ma ogni volta che sente parlare di matrimonio inzia a sudare. “Guardo troppi film” si giustifica lei.
Ma in fondo non ha tutti i torti. Insomma, cosa ne è stato dei movimenti per l’indipendenza famminile?
Se Pina ha visto troppi film, io ho letto troppi libri. Simone de Beauvoir, ad esempio, negli anni Settanta si è battuta a lungo per affemare il concetto d’indipendenza femminile. Sapete cosa scriveva la pensatrice nel suo “Secondo sesso”? “Il codice francese non pone più l’obbedienza nel numero dei doveri della sposa e ogni cittadina è divenuta un’elettrce; queste libertà civiche rimangono astratte quando non sono accompagnate da un’autonomia economica (…)”.
Senza lavoro non esiste identità e senza identità non esiste libertà.

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