Consigli ad un aspirante scrittore: dal diario di Virginia Woolf

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«Ora che mi pare di essermi guadagnata il libero uso della mia penna, devo cominciare a frenarla. Finora per la mia libertà ho dovuto combattere».

Di frasi secche e accecanti come questa ce ne sono a iosa in Consigli a un aspirante scrittore (Rizzoli collana BUR) di Virginia Woolf, scrittrice inglese di fama mondiale, suicida nel 1941. Il libro, confezionato dall’editoria moderna a mo’ di vademecum, è in realtà un estratto dal diario dell’autrice. Scritti che niente hanno da vedere con suoi i romanzi e con suoi i racconti (lo dice lei stessa di non considerare le tracce del breviario un’opera letteraria). Si tratta di un memoir: pensieri, impressioni, sfoghi, niente di diverso – almeno negli intenti – da quanto scriveremmo anche noi oggi in segreto dal mondo, con la differenza –sostanziale – che la Woolf è monotematica. Ogni idea, ogni concetto è rivolto alla letteratura. Non c’è pagina in cui Virginia non pensi ad un libro, ad una recensione, ad uno dei suoi lavori. Quasi nessun autore già celebre la soddisfa, nemmeno Hemingway. Tentenna d’improvviso davanti al talento di Katherine Mansfield, scrittrice neozelandese trasferitasi a Londra, con cui intreccia un’amicizia di circostanza, quasi interessata, sebbene sarà proprio la Hogarth Press, casa editrice della Woolf e di suo marito Leonard, a pubblicare per la prima volta i racconti di Katherine.

Quest’ultima , però, muore della malattia che le ha fagocitato le energie: la tubercolosi. Con l’evento, la Woolf riconquista un’inconfessabile sicurezza ma sente montare un senso di sconforto per la perdita di un metro di confronto. Gli anni a venire sono un’altalena di umori: la Woolf inizia a suscitare interesse sia come giornalista e saggista che come scrittrice, eppure lei è scontenta. Non sempre è soddisfatta della sua scrittura. Vorrebbe tendere a qualcosa di universale, di vero. Vorrebbe impressionare la gente, catturare il tempo che attraversa. Scrive ogni giorno, conta riconoscimenti, ma si perde, a buona ragione, in un lavoro di revisione esagerato. Ed è in questo mentre che vacilla, che crede di non essere all’altezza, di non avere tra le mani alcun talento. L’eredità di queste ubbie sta nei consigli che la Woolf dava a se stessa: vivi, scrivi ogni giorno, e poi lima, rileggi, lima. Ha la mania dei gesti Virginia, delle impressioni scevre dai giudizi, di fare di un romanzo una galleria espressionistica.

La Woolf dissemina le pagine di particolari, con uno stile personalissimo, asciutto ma non essenziale. Saranno quei particolari a legare i personaggi, ad alimentare le fiammelle della trama che non è altro dalla rappresentazione dell’esistenza. Ancora, tra le pagine, c’è la voglia di scrivere in libertà, senza dar conto a qualsivoglia committente. Nel rigetto del giornalismo e della pila di recensioni, si agita la voce della romanziera che, ahi lei, deve fare i conti, oltre che con la fuggevolezza dell’ispirazione, anche con le oscillazioni della sua rendita (famosa è la frase una donna per scrivere ha bisogno di una rendita e di una stanza tutta per sé). A schiacciare la Woolf sono la tensione emotiva, la velocità dei suoi pensieri così alti, così vogliosi di bellezza, così esigenti.  Una donna nell’ombra della scrittrice che è stata. E alla fine in testa e in coda a quel suo continuo cercare, permangono la grande umiltà di fronte all’arte del narrare e la consapevolezza di essere piccola in un mondo incontenibile.

 

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