Da Anna dai capelli rossi a Ransie: dimmi che cartone guardavi e ti dirò chi sei

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La premessa è che questo blog diventa ogni giorno più generalista. Di libri, di fotografia, cinema e tutte le cose belle che fanno bene alla mente e al cuore scrivo con una certa regolarità su Gli Stati Generali (qui). Perciò, amici, non odiatemi se anziché scrivere la recensione dell’ultimo libro letto (sto leggendo Sunset Park di Auster, e voi?), discetterò di cartoni animati, quelli dell’era predigitale e che noi ex bambini degli anni Ottanta conosciamo bene, perché ci hanno fulminato il cervello. Il post trova un precedente nella discussione per niente seria che ho avuto di recente con una mia collega, un pomeriggio che lei canticchiava la sigla di Anna dai capelli rossi.

Ebbene, io Anna dai capelli rossi l’ho sempre detestata. A partire dalla sigla: “Anna dai capelli rossi, vola e va come una rondine, ma un nido non ce l’ha, non ha né una mamma né un papà”. Niente di personale contro la povera Anna, costretta a vivere con una zia bacchettona che mal digerisce la sua esuberanza.

Stessa insofferenza per Sara (Lovely Sara per capirci), che da principessina riverita si ritrova sguattera nella scuola dove studia, senza genitori e senza un soldo. La storia di Cenerentola al contrario, in poche parole. Sara ne subisce di tutti i colori dalle ragazze di buona famiglia dell’istituto: scherzi di cattivo gusto, umiliazioni e simili. Si confida con una bambola e a lei rivolge i suoi dubbi e le sue riflessioni. Sara soffre, o come direbbero dalle mie parti, schiatta in corpo, impossibilitata a seguire quella vocina che le suggerisce di mandare tutti a quel paese. Sara non ha nessuno che l’ama, nessuno disposto a prendersi cura di lei ed è costretta a lavorare nell’istituto in cambio di un tetto e di un pasto. All’epoca, io bambina dall’infanzia serena, rifuggivo da Sara. Oggi a trent’anni suonati confesso di aver ripensato al suo fegato più di una volta. Se vi state chiedendo se la vita ha ripagato Sara per cotanta tolleranza, devo confessarvi che non me lo ricordo. E d’altronde che importa: come dice qualcuno la sofferenza è sofferenza, inutile cercare di trovarvi un risvolto catartico o il sentiero verso un posticino in decima fila in Paradiso. Col senno di poi, gli unici finali credibili per questo cartone animato potrebbero essere:

  • Sara trascorre i suoi giorni nell’istituto con le istitutrici acide e le ragazze ricche malvagie e impazzisce a furia di parlare con la bambola
  • Sara una notte afferra un coltello e trucida le istitutrici acide e le ragazze ricche malvagie
  • Sara sbrocca, lascia sgonfiare il fegato, manda a quel paese le istitutrici acide e le ragazze ricche malvagie e trascorre il resto dei suoi giorni in analisi.

È chiaro che in questa fase il mio immaginario predilige risvolti pulp. Uno spiraglio giunge, invece, dai cartoni animati che guardavo con piacere. Annoveriamo:

  • La Stella della Senna
  • Lady Oscar
  • Mia dolce Creamy
  • Ransie la Strega
  • Lamù
  • I cavalieri dello zodiaco
  • Mimì e la nazionale di pallavolo

Da una sommaria analisi e senza la pretesa di soffiare il lavoro ad alcuno, emerge una predilezione per le combattenti parigine che trottano lungo la Senna con la spada sguainata. Tipe toste, insomma. Si fa largo anche una passione per ragazze ironiche, capricciose e scavezzacollo con l’asso della magia o una qualche fissa (diventare campionesse sportive, ad esempio). La chicca sono i cavalieri, fedeli guerrieri con il valore dell’amicizia. Ransie Lupescu, comunque, era quella che preferivo: ribelle e romantica insieme, col pallino della scrittura e un’ironia niente male. Per dirla alla Flaubert: “Ransie c’est moi“. 

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