Da “La pazza della porta accanto” di Alda Merini

Da “La pazza della porta accanto” di Alda Merini
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Pioveva ed ero in treno, verso casa. Risvolti noiosi della realtà se non fosse per le tracce di poesia che mi piace ritrovare e di cui non posso fare a meno. Leggendo il libro della Merini mi sono imbattuta in queste parole, che se da un lato mi hanno fatto male, da un altro mi hanno confortato un bel po’.

Comunemente si pensa che si possa scegliere la vita e il genere di vita che più ci compete, ma è difficile per tutti sottrarsi all’imperativo della nascita, e a quello più urgente del dolore. Per evolversi la vita deve fare male, e la sua maternità più difficile è quella che riguarda il poeta, che in fondo è l’unico a comprenderla. Il poeta è il figlio più tollerante, il più disadorno. E quello come Lazzaro magia i residui.

La vita non è matrigna, ma è madre, ed è una di quelle madri che avvilisce chi più l’ama. 

È la prassi della santità del poeta quel suo avvicendarsi sugli enormi seni della vita, che per lui saranno sempre sterili e senza latte.
Alda Merini (1931-2009)
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