Dacia Maraini: “Amo le parole e mi ci immergo”

ritratto Dacia Maraini
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È tra le autrici italiane più tradotte all’estero e nel 2012 la Fondazione Campiello l’ha insignita del Premio alla carriera per il suo contributo alla cultura italiana. Eppure, tutto questo non basta a spiegare per intero la sua levatura. A fare di Dacia Maraini la signora della letteratura è la propensione al viaggio, all’incontro con gli altri (giovani e studenti in primis, tanto che l’Università di Perugia le ha conferito la laurea in Scienze della formazione). Una specie di missione socio-culturale la sua, contigua all’atto di scrivere, necessario e vitale.

La divulgazione letteraria è stata per lei un modo di vivere, cosicché la sua biografia contempla anche una certa militanza giornalistica (fondazione di riviste  -“Tempo di letteratura” ad esempio – seminari, articoli, prefazioni).

Dedita anche alla drammaturgia e alla saggistica, l’autrice ha da poco pubblicato “Chiara d’Assisi” (Rizzoli), un lavoro borderline (tra narrativa e storia) sulla Santa e sulla carcerazione del corpo in una delle epoche più buie che l’uomo ricordi.

La carriera letteraria di Dacia Maraini affonda le radici nella libreria di famiglia. L’ha sempre detto, ha respirato l’arte in tutte le sue declinazioni da che era piccina. La svolta a 26 anni, quando pubblica “La vacanza” cui segue “L’età del malessere”. È il periodo del Teatro del Porcospino, delle amicizie illustri, della relazione con Alberto Moravia che tronca con Elsa Morante, allora promessa e oggi luminare letteraria. Il fermento degli anni Sessanta apre la strada alle contestazioni che verranno, con le donne – e per le donne – nei teatri a rappresentare la vita, a rivendicare i diritti. Seguono i successi degli anni Ottanta e Novanta, per tutti “La lunga vita di Marianna Ucria” (Premio Campiello), “Bagheria”, fino alla vittoria del Premio Strega nel 1999 con la raccolta di racconti “Buio”.  La Maraini pubblica quasi un libro all’anno (tutti i libri sono elencati nel sito della scrittrice) fino a oggi, senza tralasciare la poesia e la sua passione per il teatro come mezzo di informazione.

Nel 2011, in particolare, esce “La grande festa” il libro-memoriale che rievoca i morti cari (anche Moravia e Pasolini, suo grande amico) e ne contempla l’assenza. Un lavoro sui silenzi, sulla difficoltà degli occidentali di fronteggiare il mistero della decomposizione del corpo, contrariamente a quanto avviene in altre culture. In primo piano, una scrittura lirica e al contempo lucida.

Dacia Maraini, al di là dell’evoluzione naturale ma non scontata delle letture di anni, cosa rappresenta la scrittura nella sua vita? e com’è mutata – se è mutata – la considerazione della stessa?

La scrittura è per me come un respiro. Un respiro profondo e nutriente. Un respiro musicale. Poi viene il resto: la preoccupazione di creare uno stile proprio, il rapporto coi lettori, la questione del linguaggio, ecc.

La bella scrittura non ha sesso per me. Per lei? 

Lo stile non ha sesso, il punto di vista sì perché ha a che fare con la storia e la storia è divisa per generi. 

Ha scritto romanzi, sceneggiature teatrali, articoli, saggi, lettere. Quali di questi canali espressivi le assomiglia di più e perché?

Amo le parole e mi ci immergo. Ci sono cose che possono essere dette solo con la poesia, altre con la prosa, altre ancora col saggio.

Lei è stata anche la compagna di Alberto Moravia. La sua penna, i suoi occhi erano sempre puntati sugli altri, quasi avesse tra le mani una macchina fotografica. Moravia ha ritratto l’umanità, nel bene e nel male. Che ricorda del confronto con lui e quanto i vostri punti di vista si sono alimentati?

Non ho mai pensato di mettermi a confronto con Moravia. Non sono competitiva. Ho guardato con ammirazione il suo fiume narrativo che scorreva per le vie del mondo. Ho imparato da lui l’estrema disciplina sul lavoro, lo spirito critico e la curiosità per le novità.

Pasolini. Pasolini aveva predetto tutto: la massificazione, la disinformazione, lo smarrimento, la violenza. Si è mai chiesta cosa scriverebbe oggi?

Credo che compilerebbe i pensieri che aveva abbozzato in Petrolio. Sarebbe profetico come al solito ma senza compiacimenti, con la gioia e il dolore di vedere là dove gli altri non vedono.

Negli anni Settanta invitava le donne a dare un senso ai loro studi senza finire mamme dei loro uomini. Oggi a cosa spronerebbe le donne?

Anche oggi raccomanderei alle donne di finire i loro studi, anzi di specializzarsi , perché avranno garantita la loro autonomia futura. È sempre pericoloso dipendere da qualcuno per la propria sopravvivenza.

Lei ha attraversato la narrazione. Ne ha fatto un megafono per comunicare alla gente, uno specchio col fondo. Ha denunciato, ha parlato agli uomini, ma anche alle donne. Ha vissuto un’epoca lontana anni luce. Dov’è finito tutto quel fermento? Dove sono finite tutte le idee?

I grandi cambiamenti avvengono sempre collegialmente. Non esiste un rinnovamento fatto dai singoli. Bisogna essere in tanti per cambiare, anche solo di un poco, il mondo.

Lei è sempre in ascolto, celata a tenere le fila delle sue parole. Si percepisce che instrada le frasi, augurando loro le migliori fortune, gli echi più potenti, i rimbalzi nelle coscienze. Cosa sente oggi e cosa spera una delle più grandi scrittrici italiane?

Spero che avendo toccato il fondo buio, si trovi la forza per tornare alla luce. Vent’anni di cultura del mercato hanno ridotto il paese in uno stato comatoso. Spero che non ci voglia il bacio del principe per risvegliare la bella addormentata.

Ha mai nostalgia del passato, non quello suo, intimo, ma di quello collettivo?

Certo che in tempi di entusiasmo collettivo, nonostante tutti gli errori e le contraddizioni, si stava meglio. Oggi tira un’aria di sconfitta e di degrado culturale che si fa fatica a sopportare. 

“Chi ama la scrittura sa quanto ci si possa arrovellare su quel corpo che sfugge, figlia anguillesca di un pensiero imprevedibile, fra parole di carne e parole di carta” (Dacia Maraini, Amata scrittura).

 

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