Della giovinezza e di certe stagioni della vita #3

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Cara M.

che bello, l’altro giorno ci siamo riviste. Ho compiuto trent’anni e tu sei tornata in paese, a casa di tua madre, solo per dirmi tanti auguri. Niente silenzi, niente imbarazzi tra di noi: solo la gioia di esserci ritrovate dopo mesi.  Tu corri, io corro, tu stai per avere un figlio, io non sono neanche sposata e mi ostino a dire che non lo farò mai, perché nel matrimonio non ci credo.  Siamo diverse, M. Ma che importa, visto che nei momenti che contano siamo una di fronte all’altra?

Ci hanno scattato una foto. L’ho osservata, scandagliata: nonostante le divergenze nel pensiero, i nostri corpi sono entrambi flessuosi. Certo, i visi riflettono le emozioni che viviamo, i dispiaceri, la fatica di batterci contro realtà che ignoravamo soltanto perché non ci riguardavano.  Una considerazione sprezzante, eppure reale. Non è l’ultima foto che ci ritrae insieme. Tuttavia, per me fa poca differenza il contrario.  Anche tra cento foto, io ricorderò la prima insieme, flashback di un’estate divertente e afosa. Avevamo vent’anni, secche secche, capelli lunghi e un’abbronzatura da far impallidire una mulatta. Negli occhi il sole, il mare e quello che ci ostinavamo a chiamare amore. Erano cazzate, erano esperienze e pianti amari per i mesi a venire. Ma tant’è. Ironizzavamo anche su quello. Meglio vivere e farsi male che non vivere affatto.

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