#Diario di un’utopista postmoderna: La precarietà è uno stato d’animo

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In un tempo in cui la maggior parte dei miei coetanei non ha un impiego o è intrappolato in un call center, io sogno di evadere.  Tutte le mattine la sveglia trilla alle 07,00. Mi dirigo in cucina, faccio colazione e mi chiudo in bagno. Mi specchio: eccomi qua, sono io, ancora.  Alle 07.30 sono nella mia stanza: rifaccio il letto, accendo la radio e mi vesto. Mi trucco, accendo il cellulare e lo ripongo in borsa. Mi infilo le scarpe e intanto l’orologio segna le 07.40. Rivado in cucina, mando giù una compressa di Supradyn, mi infilo il giaccone ed esco. Certe volte sbuffo, specie se piove.  Questo mese ho sbuffato parecchio perché piove da due mesi: par di stare in una foresta pluviale. Il treno ritarda un giorno sì e l’altro pure. La storia si ripete da tre anni e rivendicare il diritto ad un servizio pubblico di trasporto è una bestemmia.  Salgo sul treno alle 08.05, circa. Gli scolari scendono a frotte. Dondolano, esitano: hanno poca voglia di filare in classe. Ricordo che un tempo sono stata entusiasta di andare a scuola, poi sono cambiati gli insegnanti e ho cominciato ad annoiarmi a morte.  Loro scendono, io mi siedo, se va bene. In mano ho un libro. Ogni settimana mi tuffo in una storia nuova, una storia che consiglierò su una famosa rivista o sul portale socio-culturale che ho ideato perché un pomeriggio non avevo niente da fare. Scriverò che una storia vale sempre la pena, se è scritta bene. Questo è il mio limite, il mio metro. 

Nel treno, lascio la lettura e attacco con la musica.  Ricaccio fuori dalla borsa il lettore mp3 che i miei amici mi hanno regalato il giorno della laurea: un 110 e lode sudato, ma pure vissuto, che si porta dietro un sacco di ricordi: bicchieri, risate, piatti sporchi, baci, abbracci, bestemmie, libri, cd  e Napoli.

Certe volte se non riesco a staccare gli occhi dalle pagine (la storia mi ha inchiodato), leggo e ascolto i Cure contemporaneamente. Le mie coetanee hanno la fede al dito e parlano al telefono con i mariti che restano a casa con i bambini. Le loro voci giungono sfocate, afferro poche frasi. La mia mente viaggia per conto suo e riflette sul fatto che le donne lavoratrici sono parecchie.  Mi immedesimo in chi baratterebbe la sua mattinata con quella di un avventuriero. Sicché mi figuro il mare, la sabbia bianca, le palme, i miei capelli ariosi.  Sono stata così, sono ancora così, ma stento ad accontentarmi delle parentesi, dell’eccezionalità del quadretto. Un quadretto che è stagionale, e non dovrebbe, perché il mare ce l’ho dentro. Sono uno spirito libero, e per uno spirito libero è un gran casino accettare ritmi serrati, capi e orari. 

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