Driving home for Christmas

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Ha appena smesso di nevicare. I bioccoli imbiancano le fronde intonse degli alberi, i cigli dei marciapiedi, i parabrezza delle auto. Parcheggi la Panda. Ti indaghi nello specchietto. Le guance sono rosse dal freddo. Aliti sulle mani, le sfreghi. Hai dimenticato i guanti, Nel cofano semiaperto giace l’albero di Natale, finto. Scendi dall’auto e lo tiri fuori. Non hai la minima idea di come farai a trascinarlo fino al terzo piano, ma sai che ce la farai e questo ti conforta. Afferri l’albero e lo abbracci. Lo sollevi tipo un bambino. Il fusto di plastica ti copre la faccia, sembra che l’albero si muova da solo. Raggiungi il portone. Poggi l’albero per terra e grufoli nella borsa in cerca delle chiavi. Quel santo del vicino stava giusto per uscire quando ti ha beccata alle prese con l’albero. Sorride. Credi ti prenda in giro.

-Vuole una mano?

-Si, grazie-rispondi.

Ti domanda come stai, acchiappa l’albero e con un gesto veloce te lo sistema nell’ascensore  Ti fa spazio ed ecco che salti dentro anche tu. Ti saluta. Ringrazi di nuovo e schiacci il pulsante del piano. Le porte delle altre case sono un trionfo di palline rosse, di renne, campanellini e fiocchetti. Entri. Ti assale il tepore del termosifone. Accendi le luci. Levi il montgomery, sfili via il berretto di lana e lanci tutto sul divano, anche la borsa di stoffa. La voce di Joni Mitchell, dallo stereo, sfuma nella prospettiva di giorni gelidi, giorni di passeggiate al centro dove hai consumato le suole per anni. In questo pomeriggio è come se non fossi mai partita, come se non ti fossi mai allontanata. Sul tavolo c’è un biglietto “siamo usciti per compere. Ci vediamo stasera”. Tornare a casa per le feste è come spacchettare scatoloni nascosti in soffitta, annusare vasetti di marmellata o candele al cedro. È come sporcarsi le mani d’inchiostro, mangiare la cioccolata, osservare il fuoco rutilante del camino. Scosti le tende, sbirci fuori. Ha ripreso a fioccare. Mao, il gatto, ti fissa, poi se ne va quatto. Non eri più abituata ad avere spazi tutti per te. Vivi con tre persone in un appartamento di tre stanze. I tempi morti di paese sono una parentesi che apri e richiudi un paio di volte all’anno, e ogni volta è una fatica. Cerchi di ricordarti perché hai insistito tanto per abitare distante chilometri da questo deserto. Ti concentri e rammenti la voglia di perderti in strade affollate e nei cinema di sera. Vicino alla pianta, in salotto, giacciono caterve di decorazioni, lucine intermittenti e fili d’angelo. Non hai niente da fare e ti ingegni per decorare l’albero. Come non detto, squilla il telefono. È tua zia: “Ciao piccola, quando sei arrivata?”. Vuole sapere di Bologna, dei tetti rossastri, della nebbia e dei porticati. Freme all’idea di incontrarti. Ti ha messo da parte qualche vecchio gingillo. Passerete la vigilia tutti insieme e non ci sta nella pelle. Si informa di Maia. Le rispondi che ha prenotato un volo da Berlino la sera del 23 dicembre e che trascorrerà tutte le feste a casa. Ti anticipa che sta prendendo lezioni di chitarra e che l’insegnate è proprio un gran figo. Non giureresti mai che quella donna è la sorella di tua madre, saluti e le dai appuntamento per il cenone. Riprendi con l’albero. Accendi una sigaretta. “Come si può essere tanto fessi da prendere a fumare a trent’anni?” ha celiato Marco quando ti ha sorpresa sul fatto. Hai inclinato la testa e hai chiosato “che vuoi farci”, come a dire “fatti un po’ i fatti tuoi”. Ci impieghi un’ora per allestire le decorazioni, ma, sul finale, vai fiera del tuo tocco. Bussano alla porta. “Tesoro, siamo noi”. Eccoli, i tuoi sono a casa. Ti abbracciano. Ti fanno notare che sei dimagrita e che ora ci penseranno loro a farti riprendere peso. Per te, invece, non è una questione vitale, anzi, in tutta sincerità, questo dimagrimento non ti risulta. Sali in camera tua. Il letto di una vita, la libreria, le fotografie. Disfi le valigie e ti corre davanti l’ultimo anno. Tutto intero, giusto il tempo di un fotogramma. Ti affacci nella stanza di Maia. Le cartoline, i pacchetti sparpagliati qua e là ti riportano a quelle vigilie trascorse ad attendere un folletto che non arrivava mai, e ora che ai folletti non ci credi proprio più, ti senti sola. “Maledetto Natale” dici, e ti arrendi ai comandamenti del calendario.

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