E lo chiamano Carnevale

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Ripensi spesso a Clara, alle pozzanghere nere dei suoi occhi tellurici. Di donne e uomini come lei ce ne sono tanti. Sono come i gatti: si trascinano da soli sotto i portoni e non fanno affidamento su nessuno. Mentre incedi tra le vie della città di ghiaccio, ti imbatti in una signora che le somiglia. Ecco, ci risiamo pensi.  La donnina sta appollaiata al bordo della strada, intabarrata dietro strati e strati di stoffe lise e colorate. Sulla testa, l’arco di un portone antico, che a stento la ripara dalle raffiche di vento.

«Scherzi di Carnevale, scherzi di Carnevale per i vostri bambini»

La voce della vecchietta rompe il silenzio di una domenica qualunque.

Vicino a lei, ha disteso una stuoia con su parrucche, coriandoli e stelle filanti. Li vende in cambio di qualche spicciolo. Non lo fai apposta, ma non appena la vedi, rallenti il passo. Ti blocchi e la guardi, esitando sulla linea invisibile che separa i vostri destini. Ti punta gli occhi addosso. Ti supplica con lo sguardo, sebbene la voce non tradisca il suo dramma. Ti chiede se vuoi acquistare un oggetto per il tuo bambino. Biascichi che non hai figli e nemmeno uno spicciolo. Ti imponi di riprendere il passo, ma le gambe sono come di pietra. Ti sforzi di ricordare se prima di questi anni strambi ti è mai capitato di incrociare così tanti disgraziati.  Doveva essere il tempo del benessere, ed invece la gente sta morendo di fame.  Muovi le gambe. Fai dieci passi, poi venti, finché imbocchi altre strade, con in mano il lembo di una coperta troppo corta e che sai comune. Ti fa male questo Carnevale muto, che bussa alla porta di giorni che già rassomigliano ad uno scherzo.  La gente mendica, mendica sotto il tuo naso. Qualcuno culla l’ultima briciola di dignità e non dice niente, tende solo la mano, mentre gli occhi dei passanti catturano gli indizi di un novembre fuori stagione, e lungo chissà quanto ancora.

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