E per dolce mangia un cuore

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È proprio come sostiene Giuseppe Pompameo: le parole di Tondelli, nella premessa, anticipano che  il suo “E per dolce mangia un cuore” (ultimo lavoro per Scrittura e Scritture editore) ha a che fare col dolore dell’essere umani, condizione privilegiata o miserrima a seconda dei punti di vista.

Chi di voi ha letto già questo scrittore, ne riconoscerà la ricerca pervicace della parola, la fatica della leggerezza, la musica.  Non troverà, invece, la sospensione, il clima di attesa che hanno caratterizzato “Le strane abitudini del caso”, la raccolta di racconti pubblicata un anno e mezzo fa per lo stesso editore. Nel nuovo libro, si muovono personaggi quasi baudeleriani, uomini che portano a spasso la propria ombra, a volte malinconici, altre semplicemente rassegnati alla sfortuna. Stanno sempre nei vicoli, persi nei bugigattoli delle loro città straniere, accompagnati qualche volta da un cane ululante che del padrone custodisce anche il riflesso.  Su, nel cielo, variano modulate le atmosfere e le ambientazioni. La scrittura, smagata, ferma, per quanto possibile, l’alternarsi delle stagioni, le tinte screziate di un tramonto che scolora via via in una luce serotina. Quando il sole cede il passo alla luna, i protagonisti di Pompameo si accendono di verità e di mestizia. Nel loro mare interiore galleggia un dolore a peso morto, un boccone ingollato a stento che resta immobile. Sta là pesante, rivive negli sguardi, nelle facce butterate della gente e nei gesti rifratti. Quelle che leggerete sono storie di vita, e quindi di morte. Di sogni sfumati, di destini infami e di malattia. Il lettore si ritrova solo in mezzo alle pagine, scompagnato davanti a quello che accade ad un palmo da lui, dalla sua stanza immacolata di fragranze autunnali. E in questa prospettiva inattesa, le parole respirano, tra le righe, vivide e lucenti. Mai corrive. Sono le impronte di una penna esperta, che accompagnano i personaggi verso la loro ora definitiva. Un’ora mai annunciata, proprio come capita nella realtà.  Che vi piaccia o no la versione spleen di Pompameo, il valore aggiunto dei cinque racconti sta nell’ars scribendi. Un talento per niente scontato che gli accredita l’accesso al paradiso delle buone penne.

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