Facebook, il social network che ci ha stravolto la vita

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Non si contano più le conversazioni in cui facciamo riferimento a Facebook. L’intrusione del mezzo nella quotidianità è tale da farci girare, di continuo, intorno ad argomenti che tutto ad un tratto sono diventati preponderanti. «Chi è la ragazza (o il ragazzo) con cui hai stretto amicizia? Perché hai cliccato mi piace se mi dici sempre che non ti piace? Come si è permesso/a di lasciare un commento sulla tua bacheca?» O ancora: «Non lo conosco, anche se Facebook dice che potrei. È carino/a e credo non sia neanche fidanzato/a, o se lo è non credo gliene importi granché visto che non l’ha scritto su Facebook». Così si litiga, si abborda, si fa amicizia sul web. Il social network del popolo ci invade i discorsi e pure i pensieri. Ci avete mai fatto caso? Spesso il collegamento a Facebook è automatico, nasce spontaneo nella testa, come fosse il riferimento più ovvio del mondo. Eppure, non è per niente ovvio. Non è ovvio che le coppie si sfascino per un click di troppo, che gli ex debbano tornare alla ribalta con messaggi segreti o che ci si appigli ad uno status on line per cavare informazioni dalle persone.

Certo, Facebook possiede anche tanti vantaggi. Fra tutti la possibilità di mettersi in rete, di alleggerire il peso dell’organizzazione di un evento, di generare un tam tam con un gesto.

Eppure, fermo restando i benefici, dovremmo ricordare sempre che la nostra esistenza non può ruotare intorno ad uno strumento. Cos’è che quando siete in vacanza- o dove altro vi pare- accende la fregola della condivisione a tutti i costi? Sembra che non possiamo farne a meno, vero?

Vien quasi da domandarsi come siamo sopravvissuti prima di questo rivoluzionario avvento digitale. L’affermazione, ovviamente, è provocatoria. Vivevamo benissimo: i pensieri nascevano come fiumi e gorgogliavano verso le parole per diventare un unico corpo, lungo, sinuoso, o corto e profondo. Le relazioni private erano finestre da aprire o chiudere a seconda delle circostanze (niente voyeurismo, please ché i panni sporchi si lavano in casa), i segreti fluttuavano a largo delle pupille, captabili solo ai più sensibili, e la condivisione era un gesto non marginale, ma rilegato a valle dei processi creativi o d’informazione. Internet ha sostanzialmente compromesso questo schema. Alcuni demonizzano il cambiamento, altri lo benedicono. Io penso solo che questo social network sia una possibilità, un sentiero in più su cui instradare le informazioni.  Una chance e basta. Non un lobotomizzatore, una terapia contro la vita reale o un fucile senza sicura per sparare di tutto su tutto.

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