Finirai per detestare D’Annunzio

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“Che strano amore! – diceva Elena, ricordando i primissimi giorni, il suo male, la rapida dedizione. – Mi sarei data a te la sera stessa ch’io ti vidi”.  Finirai per detestare D’Annunzio, lo sai. Le sue parole disegnano in questo pomeriggio le scene di un film già visto e che non fa ridere. E pensare che era stato Andrea, l’anno scorso, a volerti conoscere a tutti i costi. Tu te ne stavi per i fatti tuoi, seduta in un’aula della Facoltà a seguire Letteratura francese. Lui si è seduto vicino a te per quattro giorni, finché non ti ha rivolto la parola. I soliti come ti chiami, che fai, che musica ascolti. Che scema a dargli corda. Cancelleresti quell’istante con un colpo di mano. Cancelleresti l’eco di quel sorriso errabondo, l’ombra, sul muro del tempo, di quei riccioli neri.

Rideste per tutto il tempo della lezione, finché alla fine dell’ultima ora, dopo due ore di soliloquio del professor Guarino su Racine (“Non andiamo più avanti, cara Enone. Fermiamoci. Non mi reggo più in piedi. Le forze mi abbandonano. Mi si abbagliano gli occhi a vedere la luce. Le mie ginocchia tremano e vacillano, ahimè!”), Andrea ti ha proposto di incontrarvi per studiare quella fuffa altrimenti indigeribile.

«Dammi l’indirizzo di casa tua. Ti vengo a prendere e andiamo in biblioteca».

Accettasti. Desideravi da tempo un compagno di studi.

Venne a prenderti in sella alla sua vespa Special, col casco allacciato sotto il mento.

«Andiamo?»

«Andiamo…»

Montasti su. «Non ero mai salita su una vespa prima d’ora»

Lui ti sorrise. La linea della bocca allargata evidenziava le fossette nelle guance. La città vi risucchiava mentre la vespa fendeva il vento e dribblava il traffico del litorale. Raggiungeste la villa comunale. La biblioteca era dall’altro lato della città.

«Di’ la verità, non hai mai avuto intenzione di studiare» lo apostrofasti.

Lui si mise a ridere. Sembrava ti stesse sfottendo. I ricci scarmigliati respiravano nel vento e sembravano vivi.

«Ok, ok, è vero. Mi hai scoperto. Perché tapparsi in casa sui libri se qui fuori c’è questo cielo?»

Lo guardasti come a dirgli maledetto bugiardo, sai che invece io volevo proprio studiare? Ma tacesti.

Vi fermaste davanti a una panchina. Scendesti dalla vespa sollevando prima la gamba destra e poi la sinistra. Vi sedeste. Tu  ti lagnavi perché volevi studiare.

«Sei carina, sai?» ti interruppe lui.

Fu allora che ti accorgesti per la prima volta della potenza di quello sguardo. Le sue ciglia arcuate disegnavano un campo magnetico. Gli occhi tellurici ti inchiodarono in un momento. Lui dovette capirlo perché in un attimo era già sulle tue labbra.

Ti confessò che aveva desiderato baciarti da quando si era seduto accanto a te. Il tuo profumo sapeva di pesche, di fiori, di cose buone. Tu lo guardavi e non gli chiedevi niente. Indugiaste un po’, finché non montaste di nuovo sulla vespa per rientrare a casa.

Nel tratto dal parco al tuo portone ti affliggevi perché non avevi aperto un libro e ti figuravi una notte di recupero. Ma ti sbagliavi.

Ora il ricordo di quella disinvoltura ti infastidisce, e scolora nel lampo di lui mano nella mano con Patrizia. Rammenti il disagio, il vuoto di quando li scopristi la prima volta al cinema d’estate, e l’orgoglio di quando lui si giustificò con la storia che ti aveva avvertita subito che era un tipo instabile. Quanta vita era passata là in mezzo? Nonostante le sabbie mobili e lo scuro di quei passaggi esistenziali, Andrea esiste ancora, e ancora gli lasci fare quello che vuole.

La vibrazione del cellulare sullo scaffale della libreria spezza il flusso di quelle figure scheggiate dal tempo. È Ada: «Domani allora andiamo in spiaggia?».

Le dici di sì, felice che, una volta tanto, la soluzione alla mischia dei tuoi giorni cada dall’alto.

 

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