Hai puntato la sveglia anche se è sabato

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Hai puntato la sveglia anche se è sabato. Si va al mare, si corre in spiaggia a respirare la vita che vorresti. Maddalena, la ragazza che abita al piano di sopra, si sta scatenando al ritmo di “L’estate sta finendo”.  Forse sta facendo le pulizie. La senti che si sgola: “Languidi brividi come il ghiaccio bruciano quando sto con te. Baciami siamo due satelliti in orbita sul mar”. È stonata come una campana, ma ti diverte quest’interazione di vite parallele che in genere s’incrociano nel tempo di un saluto in mezzo alle scale. Ti sei appena lavata che accendi il computer. Vuoi scorrere qualche notizia, controllare la casella di posta elettronica. Tra le email in arrivo ce n’è sola una, ed è di Andrea. Anziché aprirla ti alzi dalla sedia e accendi la radio. Suona “Run to me” di Tracy Spencer. Fai un gesto con i pugni e li muovi a ritmo in quattro tempi. Ti risiedi e leggi il messaggio: «Ciao scema, Patrizia è partita. Che ne diresti di accompagnarmi a fare delle commissioni?». L’ha scritto alle undici di ieri sera. Là per là esiti. Ti giri verso il comodino e fissi il cellulare come si fissa una torta che sai di non dover proprio assaggiare. Alla fine invii un messaggio: «Ho letto l’email, che vuoi fare? Io avrei già un mezzo impegno».

Andrea risponde subito: «Vengo alle undici. Ho bisogno di una maglietta nuova e vorrei compagnia».

Gli rispondi solo ok. Mentre rileggi il messaggio inviato appena due secondi prima, il sorriso che attendeva un giorno di mare degrada in un’espressione di preoccupazione.

Avvisi Ada.

Tua madre entra nella stanza senza bussare.

«Ma non dovevi andare al mare?»

L’asciugamano, la crema protettiva, gli occhiali da sole e  Kitchen sono abbarcati sul letto.

«No, non ci vado più»

«E allora che ti cucino per pranzo?»

Le rispondi per cortesia, ma ti pare esagerata questa smania di badare sempre a quello che va messo in tavola. Così com’era entrata, tua madre se ne va.

Tu metti via l’occorrente per il mare e tiri fuori un vestitino di cotone bianco a fiorellini celesti, lungo fino alle ginocchia. Andrea ti direbbe che le gonne ti stanno male e che i jeans ti donano di più, ciò nonostante fai spallucce e lo indossi. Volevi andare al mare, fa caldo e lui ti ha stravolto la giornata. Dopo venti minuti squilla il cellulare. È lui, ti aspetta giù.

Raggranelli qualche spicciolo e vai.

«Devo aspettare ancora? Pare che mi stai facendo un favore»

«Infatti è proprio così»

Lui sorride. Il solito risolino criptico di chi sa che ti sta procurando un attacco di nervi e un po’ ne gode.

«Lo so, sei arrabbiata perché domenica scorsa non ti ho chiamata»

«No, cioè non solo».

Ti aspetti che ti chieda per che altro, ma tace. Guarda avanti e guida, lento, seguendo la strada. Ogni tanto, nel traffico, si volta verso di te. Tu guardi dall’altra parte, fuori dal finestrino e ascolti la radio:  “It’s warm in and out the pulse of flowing love spread the calm to meet the others pleasure fills with love ‘til dawn” . Vibra il cellulare. Un messaggio di Ada: « Se mi hai piantata in asso per quello che si crede il vento, ti ammazzo». Esiti col telefono tra le mani poi lo riponi nella borsa. Ada è una tua amica o tua madre?

Parcheggiate davanti a “Camicie e baci”. Storci la faccia: che razza di nome è?

Andrea curiosa tra le magliette esposte. Tu gli vai dietro. Storni lo sguardo da uno scaffale all’altro e segui la linea dei suoi passi sfasati.

«Ti piace questa?» chiede

Gli fai di sì con la testa.

«Potresti metterci un po’ più di entusiasmo, eh» ti apostrofa.

«È una maglia bellissima!» celi, sbarrando gli occhi di finta meraviglia e sventolando le mani.

Vi avvicinate alla cassa. La cassiera è bionda, anche se le radici dei capelli avrebbero bisogno di una noce di tintura. La sua scollatura è un invito a buttarci gli occhi. Quelli di Andrea sono lì dentro da un pezzo. Tu però pensi agli occhi smerigliati di Patrizia che sono tutti per lui. Patrizia, che l’ha inseguito fino a convincerlo che aveva bisogno di lei, delle sue premure, delle sue dita sugli occhi e tra i capelli.

A te non pensi. Non pensi alle ore buttate ad aspettarlo sotto ad un portone, vicino ad una colonna di marmo nel cortile dell’università per un anno. Non pensi alle volte che è piombato a casa tua, e citofonava anche se era ora di cena. «Sono io, puoi scendere?» E tu scendevi anche se tua madre ti fissava torva e tuo padre sbuffava perché non sopporta che ci si alzi da tavola. Andrea ti abbracciava e ti diceva che aveva litigato con la madre, che da quando il marito si era trasferito in Olanda era sempre di pessimo umore. Inveiva contro quel padre, che con la scusa dei cantieri, aveva preso ad amare un’altra donna, un’altra famiglia, lasciando a lui e alla moglie palate di bugie, di tempi ristretti, di pause tra una fuga e l’altra. Tremava Andrea, e sussulti di ansia e di nervosismo lo smuovevano come scariche. Poi ti stringeva e passava tutto. Gli affondavi le dita tra i riccioli. Avresti voluto dirgli «sei bello», ma tacevi per paura che si montasse la testa, per paura che scoprisse quella ferita aperta sulla tua pelle che lui poteva suturare o allargare con un gesto.

«Oh a che pensi?» ti chiede fuori dal negozio

«A niente» e ti rimetti in macchina.

 

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