I miei luoghi

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Sul Corriere Nazionale la mia recensione a I miei luoghi, intervista a Marguerite Duras.

 Scrivere libri per un’endemica incapacità di starsene con le mani in mano. È stata proprio Marguerite Duras a raccontarlo a Michelle Porte, giornalista e membro della giuria del Premio dedicato all’autrice, in una corposa intervista degli anni Settanta. Oggi quel blocco di parole sta tutto dentro a “I miei luoghi” (Edizioni Clichy, traduzione di Tommaso Gurrieri), pubblicato per la prima volta in Italia. Il libro aggiunge particolari e retroscena al mito della scrittrice e sceneggiatrice francese, nata e vissuta nel Vietnam del Sud fino al trasferimento a Parigi. La casa, terreno di radici e campo di ricordi, è un elemento ricorrente, sia nei romanzi che nei film. Ed è su questo rimestare di abbaini e di pareti, quasi fossero spugne, che la giornalista insiste per illuminare i retroscena di anni dedicati alla narrazione. Ma la Duras non cova alcuna idiosincrasia per gli spazi chiusi, anzi. Ha sofferto così tanto per i continui spostamenti, che abitare un luogo ha rappresentato per lei una conquista. E ancora la casa come crocevia e porto, da cui, certo, si scappa, e a cui, tuttavia, si ritorna sempre. Poi la Porte si concentra sugli esterni: i giardini, i viali e le spiagge che hanno costellato le opere della scrittrice, incarnano il viaggio, il trapasso dall’infanzia all’età adulta. In questa giostra tra il dentro e il fuori, la Duras racconta anche la passione per la musica, l’amore per suo fratello, il conflitto storico con la madre. Chi ama Marguerite Duras vola, col libro, in un mondo di alchimie, in un laboratorio di umori configgenti, ma innocui se presi singolarmente. Alla fine, dietro le domande, resta il tentativo di ricomporre un mito, sempre ineffabile, ma umanissimo.

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