I più bei romanzi di Colette

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Colette, figlia della Francia di fine Ottocento, ha attraversato il Novecento sperimentando tutti gli accenti della scrittura: giornalista, scrittrice, drammaturga e persino pubblicitaria. Oggi sarebbe una copywriter col talento della narrazione, o forse no, chi può dirlo. Sta di fatto che tutta Parigi chiacchierava di lei, della sua scrittura irriverente e poetica quando proprio non te lo aspetti. Sidonie Gabrielle Colette (per tutti solo Colette) sfogava a gesti e a parole una smania espressiva imbarazzante che faceva il paio con la sua vita sentimentale turbolenta. Dava scandalo, era una provocatrice nata. Forte, ironica, ma sensibile all’inverosimile, ha delineato personaggi indimenticabili. Conosciuta dai più per il personaggio di Claudine, la ragazzina ribelle alle prese con la pedanteria scolastica, Colette è autrice di romanzi che hanno caratterizzato la letteratura europea (“Chéri”, “Il grano in erba”,  “La vagabonda”). Quando è morta nella sua Parigi, nel 1954, tormentata dall’artrosi, riceve le esequie di stato. È la prima donna per cui la Francia si spende tanto.  Impressionante, vero? Se avete voglia di approfondire, ecco una selezione dei romanzi più belli dell’eclettica scrittrice.

I ROMANZI PIÙ BELLI DI COLETTE

Chéri

È la storia amara ma zeppa di ironia (che stile, ragazzi) dell’amore tra Léa – quarantanove anni – e Fred, detto Chéri  – venticinque anni. Arguta e saggia lei, viziato e capriccioso lui. Un anno, durante una vacanza in Normandia, si intreccia tra i due una relazione amorosa fatta di risposte piccate, scaramucce e sesso. La loro relazione è segreta: non starebbe bene per nessuno dei due rivelarla. In più Chéri è un rampollo destinato ad una giovane e ricca donna. Léa, da principio consapevole che prima o poi quella relazione sarebbe finita, si fa forza, almeno con Chéri. Ma da sola, nella sua bella camera, si lascia andare alla disperazione: contro ogni previsione Léa si è innamorata sul serio. Per Chéri non è diverso, combattuto tra la volontà della madre, il corpo giovane della moglie e Léa, vera regina dei suoi sentimenti e pensieri. Con quest’opera Colette appassiona, diverte, stupisce. L’autrice imbastisce dialoghi fulminei e indovinati, a cui aggiunge la poesia delle descrizioni dei luoghi, dei visi e dei gesti. Quella che si dice la poetica della prosa. Ps: la migliore edizione è quella Adelphi.

Il grano in erba

Vinca e Phil, i protagonisti sono due adolescenti. Si conoscono da anni perché le loro famiglie affittano ogni estate una villetta sulla costa bretone.  I due si vogliono bene e si tengono d’occhio. Vivono il tempo delle mille curiosità e dei sentimenti ingestibili. Vinca è bella, anche se Phil non se ne accorge e la tratta come un maschio. Vinca, spigliata e agile, si cimenta nella pesca e nei giochi d’acqua, rivolgendo all’amico molte risposte aspre. I corpo a corpo a mare, gli spintoni, le rincorse, il contatto costante hanno intrecciato, negli anni, un legame indefinito. Provano l’uno per l’altra un sentimento di possesso. Un sentimento che dileggiano, che rinnegano quando li fa patire, e a cui soggiacciono inermi. Intorno è tutta natura: il mare sfavilla di colori cangianti a seconda dei momenti della giornata, il vento scompone ed accarezza i gerani, l’erba, il grano pronto per la trebbiatura. Poi Phil incontra Camille, una donna di trent’anni con cui vive le prime esperienze sessuali. Il ruzzolone inatteso nel mondo degli adulti allontana Phil dalla fissità in cui si era bloccato con l’amica. Vinca prova a riprendersi Phil. Sarà, poi, Phil a traghettare Vinca in una stagione diversa, fatta di carne e di sussulti. Una stagione breve che, come spesso accade, non vivranno insieme oltre un istante di euforia. Cosi, mentre l’estate francese scolora nell’opacità dell’autunno, anche l’adolescenza con le sue prese di posizione fa largo alla prepotenza dell’esperienza. Colette si riconferma maestra nel descrivere la dittatura dei sensi senza scadere mai nell’ovvietà. La scrittura di quest’autrice insegue e fissa il segreto della crescita, e lo rivela. Mica facile. 

La vagabonda

Dicono che sia il romanzo in cui Colette si mette a nudo attraverso il personaggio di Renée, ballerina del caffè-concerto. Dicono che Renée sia una specie di alter ego che esprime l’ardore e la fragilità dell’autrice. Sarà, ma c’è un poco di Colette in tutti i romanzi che vi consigliamo. Renée è in fuga. È in fuga dalla noia, dalle ovvietà, da se stessa. Ha abbandonato casa per calcare le scene e vive di viaggi e incontri occasionali. Girando di città in città con i suoi compagni di lavoro raggiunge la serenità. E quando un uomo s’innamora di lei e le propone di mollare il teatro e diventare sua moglie, lei sceglierà la libertà. Ricorda un poco Lucille, la protagonista de “All’impazzata”, romanzo clou di Françoise Sagan, considerata per stile di vita l’erede di Colette.

I RACCONTI DI COLETTE

Tra i racconti, segnaliamo “Hotel Bella Vista  e altri racconti” , edito da La Tartaruga. Il volume raccoglie episodi che l’autrice ha vissuto da vicino, come la permanenza in un hotel in Bretagna da cui ha potuto ammirare paesaggi che definirà incantevoli. Ma che cos’è la vita vissuta rispetto alla suggestione narrativa? L’immaginazione, infatti, spinge Colette a trasfigurare i ricordi, a stingerli con l’ironia di uno sguardo più consapevole. La penna abbozza personaggi grotteschi: donne bisessuali, cagnette capricciose e ballerine di cabaret. Uomini e donne con tutte le loro stramberie, le loro ossessioni. Quello che segna lo stile di Colette è la sua naturalezza nel raccontare i particolari scabrosi che innestano pensieri salaci.  La passione per i postriboli, per le locande e i palcoscenici del Moulin Rouge accendono uno sguardo per lo più smagato, che all’occorrenza lascia il passo alla malinconia, alla bellezza. Colette entra ed esce, con violenza o con dolcezza, dai suoi paesaggi, dai suoi mondi di carta. Leggerla equivale a un viaggio: i gesti, le voci, le usanze dei protagonisti tracciano una prospettiva nuova della letteratura francese, per certi versi baudelairiana, e comunque mai cerebrale come quella di Simone de Beauvoir e la sua cricca. Colette è tutto ciò che di prosaico può esistere in un testo, riservandoci, però, scorci come questo:

“Dopo l’apoteosi dell’ultimo quadro, Lise Damoiseau si dileguava. Struccata, con un vestito nero qualsiasi, se ne andava con la sua preziosa testa, il collo altero incravattato di lapin. Sotto il lampione a gas del marciapiede, davanti all’ingresso degli artisti, gettava un ultimo scintillio non ancora spento negli occhi e nei denti e spariva nell’entrata della metropolitana”.

Amatela, come l’ho amata io.

 

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