Iaia Caputo: «L’equilibrio tra forme scrittorie è questione di urgenze espressive»

ritratto di iaia caputo
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Giornalismo e narrativa. Qualche volta convivono, altre fanno a pugni. Nel migliore dei casi si fondono, sovvertendo assiomi da enciclopedie polverose. Per Iaia Caputo, prima giornalista, oggi scrittrice (l’ultimo libro è “Il silenzio degli uomini”, Feltrinelli editore) ed editor, le chiacchiere lasciano il tempo che trovano, perché  l’equilibrio tra forme scrittorie è una questione di urgenze espressive.

Iaia Caputo, quando ha iniziato a scrivere e perché?

In realtà molto tardi, secondo certi parametri: intorno ai quindici anni. Non diari, che non ho mai tenuto, né racconti, che ho iniziato a scrivere dopo i vent’anni e non ho mai pensato di pubblicare. Erano piuttosto lunghe citazioni di libri che leggevo con conseguenti riflessioni. Lo faccio ancora adesso: sono dipendente dalle scritture altrui, mi sento addirittura parassitaria, da un certo punto di vista. Non ho nessuna possibilità di rintracciare come quelle pagine, seguendo percorsi invisibili e carsici, facciano ormai parte della mia sensibilità e del mio gusto, né saprei dire come un certo autore o una certa autrice si siano intrufolati, magari ad anni di distanza, nei miei libri. Ma so che certamente è così. Tuttavia, mi sono “autorizzata” a scrivere con grande fatica e non certamente presto: dopo i trent’anni. Prima scrivevo solo per i giornali: è stato un lungo apprendistato, direi necessario. Però se il giornalismo mi stava stretto, la scrittura letteraria, a lungo, mi è parsa inaccessibile.

Hemingway capì che solo lasciando il giornalismo sarebbe riuscito a diventare uno scrittore. In un certo senso anche lei ha vissuto questa spaccatura tra mondi affini…

Un giornalista che è decisamente appagato e altrettanto impegnato dal suo mestiere difficilmente riesce a fare altro. Eppure ci sono state infinite eccezioni: Matilde Serao era una giornalista, così come lo era Buzzati. Ennio Flaiano faceva lo sceneggiatore a tempo pieno, Luciano Bianciardi era costretto a tradurre per ore e ore al giorno per vivere. Credo si tratti anche di un’urgenza espressiva: può accadere che uno dei mestieri attigui a quello strettamente letterario la appaghi, ma può anche non accadere. Personalmente, ho lasciato il giornalismo non perché mi impedisse di scrivere, ma solo perché si era trasformato in un mestiere che non mi interessava più, che mi provocava una perenne infelicità, un senso di estraneità e talvolta persino di mortificazione. Dunque, non era “troppo”, semmai troppo poco.

In Conversazioni di fine secolo lei ha raccolto le testimonianze di scrittrici da tutto il mondo. Esiste un approccio intimistico e universale all’atto di scrivere, o questo è subordinato alla cultura di riferimento?

Perché intimistico? La scrittura è un atto intimo, privato, solitario, ma vale qualcosa solo se incontra il mondo. Anche quella in apparenza più centrata sul sé dello scrittore deve rivelare qualcosa al sé di chi legge, deve turbare, porre domande, creare riconoscimenti. La buona letteratura è sempre “universale”, nel senso che trascende la soggettività dell’autore, la sua cultura di provenienza, immaginario, condizioni storiche e, pur rivelando tutto questo e anche di più, mi riguarda, mi parla. L’approccio è un’altra questione, ciascuno ha il suo. In comune c’è che la scrittura, come qualsiasi altra espressione creativa, è insieme innecessaria, e indispensabile.

A Milano tiene dei corsi di scrittura autobiografica: un genere un po’ bistrattato dall’editoria ma tanto caro alle donne e dalla grande carica terapeutica. Qual è il senso di un percorso così preciso?

E ha ragione l’editoria: non c’è nessuna ragione per cui le scritture autobiografiche dovrebbero essere pubblicate. L’autobiografia, e cioè lo scrivere per sé soli, senza ambizioni di pubblicare, ansie di venir letto e giudicato, gare di stile e in generale di bravura, è un’attività interiore, di autoanalisi e dunque di conoscenza di sé. Quando ci apriamo alla riflessione, sgombrando la mente tanto dal giudizio tanto dall’ansia di scrivere “bene”, e ci immergiamo nelle emozioni, nei ricordi, nelle contraddizioni che interroghiamo o nelle emozioni che abbiamo appena vissuto, inevitabilmente smettiamo di essere “uno”, di essere soli, di essere come gli altri ci conoscono: ci apriamo invece in modo inedito ad altri sé, sconosciuti magari fino a quel momento anche a noi stessi, e accogliamo un ospite che incontriamo per la prima volta. Quel che conta, allora, non è la superficie, la forma, la compiutezza della pagina – la frammentarietà, l’incompiutezza saranno accolte serenamente – ma la profondità del nostro esplorare.

Quand’è che pensa “uau, questo/a scrive proprio bene”?

Non lo penso mai, almeno non così come suggerisci. Non è esattamente lo “scrivere bene”  che cerco e che incontro in un libro che ho amato: può capitare che il testo di un autore di indubbia grandezza stilistica non mi convinca, o mi lasci del tutto fredda. Così come può capitare che un libro, magari imperfetto, mi appaia straordinario per la potenza narrativa o per la bellezza della storia che racconta. Conta la felicità espressiva molto più della bella scrittura. La capacità di turbare, di interrogare, di farci partecipi di mondi sconosciuti. Poi, nel mestiere di editor, quel che cerco, sempre, è LA VOCE, quel timbro unico, irripetibile di ogni vero scrittore.

 

 APPROFONDIMENTI

Iaia Caputo è nata a Napoli (1960) e vive a Milano. È stata a lungo giornalista; ha collaborato con Il Mattino di Napoli, con la Rai, con Repubblica. Redattrice di Marie Claire per dieci anni, si è poi occupata di libri, come titolare della rubrica per Flair, e scrivendo per Il Diario, Il Mattino, e per D. di Repubblica.  Ha pubblicato diversi saggi, tra cui Mai devi dire, sul tema degli abusi sui minori in famiglia, Conversazioni di fine secolo, una raccolta di interviste a scrittrici italiane e straniere; Di cosa parlano le donne quando parlano d’amore, il romanzo Dimmi ancora una parola (Guanda); Le donne non invecchiano mai (Feltrinelli): un saggio sul tema del tempo e dell’esperienza di invecchiare, tra nuove libertà ed eterni stereotipi, alla quarta edizione; e Il silenzio degli uomini (Feltrinelli), nel 2012.Da alcuni anni svolge come libera professionista il lavoro di editor di narrativa italiana e di traduttrice. Dallo scorso anno tiene Corsi di Scrittura Autobiografica a Milano.

 

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