Il passato davanti a noi: recensione

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Una staffetta di gesti, di parole e di fatti per consegnare, col filtro della finzione narrativa, gli anni Settanta a chi non li ha vissuti, o li ha vissuti, ed ha ancora in bocca il retrogusto di un caffè senza zucchero. Potrebbe essere stata questa la miccia che ha avvampato i pensieri di Bruno Arpaia quando ha preso a scrivere Il passato davanti a noi (Guanda editore), il romanzo, ambientato a Napoli duranti gli anni di piombo, e che, via via, allarga la sua prospettiva al resto dell’Italia e del mondo.

Gli occhi del lettore sono quelli di Alberto Malinconico, il personaggio chiave. Lui ed i suoi amici sono ragazzi come tanti, cresciuti in un paese in provincia di Napoli.  La politica è un’attività quasi scontata, bisogna solo scegliere da che parte stare. E alle spalle, a fare da teatro a queste vite da gatti, il Vesuvio, la piazza, le solite facce. Sono i tempi delle battaglie per una società più umana, per il divorzio o il diritto all’aborto. La società civile sta giocando la sua partita con la storia, e Alberto e gli altri si lasciano consumare le notti. Ogni questione è vivere o morire, gli slogan sono bombe scagliate al cielo, con la pretesa che nel palazzo comunale, come al Parlamento, ci sia qualcuno pronto a raccogliere la sfida. La politica è la casa, è il pane, è la vita. Ragazzi e ragazze si scrutano sospetti per poi ritrovarsi mano nella mano nelle piazze e in mezzo ai cortei. Sembra ci sia poco spazio per le mezze misure. La vita privata è una pausa dalla partecipazione e vive di rock, di studio e di qualche amore.  La periferia è l’orto delle idee, è la palestra prima di affogare nella pancia di Roma o di Bologna.

A raccontare quei giorni è proprio Alberto, che a distanza di anni, decide di scrivere un libro. Lo assale il desiderio di ricomporre i pezzi di un mosaico scomposto, che, in mezzo, conserva intatte la violenza in cui è degenerata la politica e la sua decisione di mollare la presa. In un fandango con la memoria, gli uomini e le donne di oggi, si svelano diversi da ciò che sono stati. Il tempo ha travolto la storia e le ha mozzato le gambe, restituendo il conto di giorni andati ad inseguire un ideale, sfumato poi nei colpi di pistola. In mezzo la storia, ed ai lati i saltelli di Alberto, tra passato e presente letterario. La conclusione è un amaro sospetto: c’è una generazione che ha perso, che ha abbassato la guardia lasciando il campo alla malavita, alla cattiva amministrazione. “Tante cose sono successe in questi anni che mi hanno sorpreso e sbalordito, negative e positive, ed esse hanno avuto molte volte un segno diverso da quello con il quale le avevamo indicate o sognate. Per esempio (…) volevamo una democrazie saggia e ce l’hanno scambiata con il frastuono televisivo” scrive Alberto ricopiando Goffredo Fofi. E man mano che scrive, la politica muore.

Alberto parte perché si è messo in testa di fare lo scrittore.  Così si lascia alle spalle i gesti, le parole ed i fatti, gli stessi che passa al lettore, perché Alberto è più di un personaggio. È un testimone, è un chiaroscuro che la penna delinea con maestria. La sua eco rimbalza tra le righe, sulle frasi belle. Ti racconta la vita che avresti voluto tua e ti ricorda l’incanto necessario di una fede qualsiasi.

ragazzo e ragazza corteo anni 70

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