Il teatro nel tempo di un caffè

tazzine sul bancone
PrintFriendly and PDF

Il barista che lavora al bar, giù all’ufficio, è gentile. Non faccio nemmeno in tempo ad avvicinarmi alla cassa che ha già indovinato il caffè che voglio. Mi sorride e qualche volta, se ha tempo, mi chiede come sto. Come lui anche i suoi colleghi, quelle due o tre divise di media altezza che sgobbano per guadagnare, ci scommetterei, meno di mille euro al mese. Qualcuno dirà beh, quanto vuoi che prenda un barista. Io non lo so, ma immagino pochino per mantenere una moglie e un bambino. Io quei ragazzi cresciuti li osservo. Osservo i loro gesti rapidi, ripetuti a memoria, a profusione. Mantengono la calma, nonostante la titolare domandi, anche solo ad uno di loro, di servire cinque cappuccini, di svuotare la lavastoviglie e di, siccome l’aggeggio è fuori uso, di sciacquare tutto  a mano.  Il tono è perentorio, tipo fare o morire. Forse i ragazzi sognano di strozzarla, o forse la sopportano e basta, come si sopporta un raffreddore. D’altronde,  la notte prima o poi dovrà passare. Quando assisto a questi passaggi mi viene in mente quel locale della “dotta” che aveva quel cartello appena all’entrata: QUI RISPETTIAMO IL CCNL NAZIONALE. E qua, quanti bar, quanti pub lo rispettano?
Sto nel bar: le pareti, il bancone, le pizzette mi sono entrati nei giorni. Mentre i camerieri maneggiano tazze e bicchieri e consegnano le comande negli uffici, io mi domando che sogni fanno. Che cosa sognavano da piccoli queste reclute votate agli spacchi aromatici? Nonostante la distanza apparente tra le nostre giornate, separate da un grembiule, le loro facce mi accompagnano sovente, salendo e scendendo dal treno. Loro sono un corollario della scena, un pezzo di questo spaccato acerbo di esistenza.  Si imbarazzano per una giacca e una cravatta, senza sapere, o forse sì, che la dignità non è una questione di camicie inamidate. Ma, si sa, devono fingere. Fingere che vada proprio così, che loro sono là giusto per servirci, per soddisfare le nostre richieste.  Tuttavia, non è il peggio che può capitare. Il peggio è che chi è oppresso per mestiere, davanti al bancone diventi, d’un tratto e per il tempo di un decaffeinato, oppressore, sprezzante di un berretto e di una tunica bianca. Allora penso che è vero, la vita è un teatro, e che sarebbe meglio andarsene al cinema.

Be Sociable, Share!

    Related posts

    Leave a Comment