Ilaria – Parte I

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Mi annoio da matti. Alla tragicità di una domenica pomeriggio in provincia, si aggiunge un senso di inadeguatezza che mi rende ansiosa. Mi succede specie nei cambi di stagione. Quando l’estate scolorisce nell’opacità dell’autunno o la primavera si accende dei colori della terra e del sole, mi prende come una malinconia per i giorni andati e una fregola per la vita da consumare nei mesi a venire.

Oggi è Maggio, e l’estate combatte per riprendersi il suo spazio dopo un anno. Le temperature salgono e scendono come una febbre e io ho l’impressione di perdere tempo a stare immobile, nella mia stanza, in un paese disgraziato, lontana chilometri dal resto del mondo.

Quasi certamente la mia angoscia è legata anche ad Andrea, un ragazzo con cui ho avuto una storia. Ci siamo presi e lasciati senza impegni, e alla fine è successo che io ho perso la testa e lui mi ha piantata per Patrizia. Ieri sera Andrea mi ha inviato un messaggio sul cellulare per dirmi che un po’ gli manco e che sarebbe felice se riprendessi a parlargli mettendo da parte l’orgoglio. La sua richiesta mi suona egoista: ha, almeno per un attimo, considerato la mia sofferenza? Conoscendolo lo escludo categoricamente.

Sto chiusa nella mia stanza da un’ora. Giro in tondo nello spazio tra il letto e la scrivania. Di tanto in tanto mi sdraio e affondo la testa nel cuscino. Il mio sguardo vaga nei colori del Paesaggio mediterraneo di Picasso, la stampa-souvenir di un viaggio a Barcellona con mia cugina Ada. Beninteso, non sono una che si abbandona alla tristezza: più che altro mi ci crogiolo e l’attraverso a spada tratta, eroina di un film solo mio. Siccome detesto le domande sul mio umore, provo a sfuggire agli sguardi indagatori, anche se è difficile rintanarsi in una casa con quattro stanze, due genitori, un fratello e un gatto. Confido che a nessuno, in queste ore di stasi dopo il pranzo, venga in mente di cercarmi nei miei venti metri quadri di privacy. In famiglia c’è l’insana abitudine di pungolare chiunque si mostri scostante, per una ragione o per un’altra. Da parte mia, preferisco sottrarmi che beccarmi ramanzine per qualche risposta velenosa.

Mentre mi stendo e mi rialzo dal letto, mio fratello Tommaso strimpella la chitarra. Sta seguendo un corso on line e dedica sempre qualche ora del primo pomeriggio al ripasso degli esercizi. Chiodo, il gatto, grufola nel suo cestino rosso adagiato sul pavimento della mia stanza. Qualche volta alza la testa e mi fissa. Chissà che non voglia comunicarmi qualcosa. Io gli sorrido e lui riprende la sua ricerca a vuoto nel canestrino. Per passare il tempo inforco gli occhiali e sfoglio la mia collezione di cartoline: Le ballerine di Degas, Il violinista di Chagal e la Notte stellata di Van Gogh. Senza lenti non vedo granché e tenerle sul viso mi fa sentire sicura di non perdermi nemmeno un particolare. La vista dei colori e l’armonia delle forme mi distraggono e mi fanno riemergere a pause dalle onde dei miei pensieri che si frangono da ore contro lo stesso scoglio: assenza totale di stimoli e le pretese di un ex egocentrico. Diguazzare nel bianco, nell’oro e nel blu di questi ritratti mi dà la percezione della pochezza dei miei desideri: perdo la testa dietro un ragazzo mentre la realtà offre alla vista percorsi altri, che richiedono solo uno slancio immaginativo. Non contenta, agguanto dalla mia libreria anche due raccolte di racconti, una di Sepulveda e l’altra di Marquez: le ho lette entrambe, ma ho voglia di sfogliarle ancora e ritrovarci la giusta rilassatezza, una traccia di quel realismo magico che mi fa tanto sognare.

Le immagini, le parole e all’occorrenza la musica mi vengono in aiuto e sciolgono tutti i groppi.

La chiamo la potenza della bellezza. Sono tra quelli che sostengono fiduciosi che l’arte salverà il mondo. E se leggere o scartabellare oleografie non sortisce effetti, accendo lo stereo e metto su i miei dischi mp3. Vado pazza per i gruppi anni Ottanta, Prefab Sprout e Lotus Eaters in testa, e ho una predilezione anche per i cantautori francesi. Il ritmo è uno scaccia-paturnie, alla faccia di mia nonna che non fa che ripetermi che sono una ragazzina tormentata. A me quell’etichetta non piace e ci convivo male. Che posso farci se sono un tipo sensibile al passaggio del tempo? Pensate, sono una che trascrive a mano, in un diario a fiori lilla, tutti gli sms ricevuti per rileggerli d’un fiato quando ne avrò voglia. Vado a spasso nelle mie esperienze attraverso le parole degli altri, e a distanza di anni non ne conosco ancora il motivo preciso. So per certo che rimestare sorrisi e modi di vedere  mi ci fa sentire la custode esclusiva. Non so chi tra amici e conoscenti badi a tutti questi particolari malinconici e divertenti allo stesso tempo. Forse nessuno, ma poco mi interessa. Io ho il mio archivio e mi ci affido quasi fosse una macchina del tempo, uno stratagemma per riacciuffare qualche anno andato e a cui, forse, nessuno pensa più.

Mentre sono alle prese con i riflessi della mia post-adolescenza, il telefono trilla.

Dopo un paio di squilli, sento la voce di mi madre.

«Ilaria, è per te» strilla.

Sussulto. Chi può essere? Esito impalata, poi, diretta verso il corridoio, apro la porta della stanza con l’aria di una che incede in un campo di bisce.

Afferro la cornetta adagiata sul tavolino.

«Pronto?»

«Ila, sono Ada».

«Ah, Ada» , sospiro.

«Be’?»

«Niente, è che mi hai svegliata», mento.

«Scusami. Vuoi tornare a dormire?».

«No, no. Ormai sono sveglia. Dimmi…».

Ada vuole uscire. Decanta il cielo, il sole, il luccichio dei raggi sul tratto di mare che costeggia il paese. Mentre lei parla senza posa, penso che dopotutto mi gioverebbe mettere il naso fuori dalla mia camera. Angustiarsi stanca e poi mi dispiace dire di no a mia cugina.

Ada è tornata in paese da qualche giorno. È la figlia della sorella di mia madre. Si è appena laureata al Dams di Bologna in Culture e tecniche della moda. Presto partirà per un master a Parigi e ha deciso di passare con me e gli altri amici i giorni che precedono la partenza.

Non so come facciamo ad andare d’accordo. Ada non esce mai con i capelli in disordine, si cura di abbinare perfettamente il colore della borsa a quello delle scarpe e non manca mai un appuntamento con la sua estetista. Io, invece, ho una predilezione per il vintage, benché mia madre non faccia che esprimermi il suo disappunto.

«Ila, ma quando ti deciderai a buttare via questi stracci?» dice.

Comunque a me non importa granché. Mi sento bene: questo è il mio modo di essere, sebbene mi renda conto che quasi nessuna veste come me. I modelli in giro sono alquanto standard: jeans o minigonne, stivali o ballerine, borse micro o, al contrario, enormi. Io amo i vestitini anni Cinquanta,  i pantaloni a zampa dei Settanta e le borse a tracolla di pelle.

Mi vesto in fretta ed esco.

(Continua…)

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