Ilaria – Parte II

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Ada aveva ragione: restare a casa sarebbe stata tutta vita sprecata. Il sole tiepido mette di buon umore. In giro, tranne pochi avventori, non c’è nessuno. Usano tutti rimanere a casa nei giorni festivi, e le vie, vuote e dismesse, accrescono la distanza tra me e il resto intorno.

«A Bologna a quest’ora la piazza prende a riempirsi di gente. Le libreria organizzano sempre eventi e i baristi nei caffè sono implacabili. Tutto un altro mondo! Eppure sapessi quante volte mi è mancato il mare» osserva Ada.

Io annuisco ma non comprendo.

Ci sediamo ad un tavolino del Palma, il bar con la terrazza sul golfo. Ada si nasconde dietro i suoi Rayban.

Io socchiudo gli occhi. Il sole abbaglia e gli occhiali da sole li ho dimenticati nel cassetto.

Non portarli ormai è un’abitudine. Tra l’altro, in tutta onestà, le lenti scure mi fanno sentire a disagio: mi pare, indossandole, di scollarmi dal circostante e ne limito l’uso a quando sono in spiaggia.

Ada tira fuori le sue Pall Mall blu. Sfila una sigaretta dal pacchetto e l’accende. Il suo diktat è vivere. Vivere costi quel che costi. Io la penso uguale solo che ogni tanto rimugino pure sulla morte, ma non lo confesso a nessuno. E il pensiero nero si riaffaccia anche ora davanti a questa freccia di luce che libera i nodi del malumore, neanche fosse una conclusione obbligata dell’incanto.

Si avvicina una cameriera e ordiniamo due tassoni.

Ada trasalta da un argomento all’altro. Sparla di Ivan e di Chiara che tubano come colombi in amore e di Lucia che la sa proprio lunga. Di Marco, però, non parla.

Tra una parola e l’altra sgranocchia patatine intervallandole ai sorsi della bibita.

«Senti, Ila, perché in autunno non vieni a trovarmi a Parigi?» mi chiede tutta entusiasta dopo quell’excursus sui fatti dei nostri amici.

«Sarebbe un sogno» le rispondo e, nel sogno, sono già volata via.

«Magnifico, così ti porto alle Gallerie Lafayette!».

«Che vuoi m’importi delle Gallerie» replico un po’ sprezzante. «Io voglio andare in giro per la rive gauche e sedermi, proprio come stiamo qui, ad un tavolo di un caffè e osservare la gente passare».

«Cugina mia, hai le aspirazioni di una perdente» ridacchia.

Mia cugina ha il brutto vizio di sparare sentenze. Si atteggia a diva nel labirinto dei nostri anni, per lei a tinte fucsia. Quando recita la parte della donna di mondo non la sopporto, ma glielo concedo, come sempre. In fondo è anche una cara amica, oltre che una parente.

Poi Ada riattacca con i pettegolezzi.

«E Andrea, che dice Andrea?».

«Andrea e io non ci parliamo più» taglio corto, glissando alla grande sul messaggio di prima e sul fatto che stiamo frequentando lo stesso corso all’università.

Ada pare dispiaciuta, ma l’espressione indulgente scompare dal suo viso dopo cinque minuti per fare spazio ad una punta di timidezza, rivelatrice di un pensiero personale.

«Ti devo confidare un segreto» dice stornando gli occhi.

«Sei incinta?» oso.

«Sei matta, no, no» e beve un paio di sorsi di tassoni.

«Guarda qua» e tira fuori dalla borsa l’astuccio di un anello.

«Che roba è questo?» domando, marcando con la voce la sorpresa.

«È un anello di fidanzamento» dice.

Per lei è la situazione più comune del mondo.

Io sbianco.

«Hai appena vent’anni, stai per volare a Parigi e ti pianti al dito una zavorra del genere?».

Mi guarda buia.

«Be’ non vado mica a sposarmi domani» e ripone l’anello nell’astuccio.

Le chiedo i dettagli. Racconta che il fidanzato gliel’ha regalato proprio perché andrà a Parigi. È una specie di promessa.

Io alzo le spalle perplessa.

Ada, invece, gongola di gioia e d’orgoglio come farebbe qualunque altra ragazza in paese, con la differenza che lei è partita anni addietro per concretizzare una passione e si appresta ad orizzonti ancora più proibiti di quelli prescelti al momento dell’iscrizione all’università.

Evidentemente per mia cugina tutto questo non ha nessuna importanza.

Indago, allora, sulla reazione di mia zia.

«Oh, mia madre era entusiasta» dice con la mani verso il cielo e le dita intrecciate.

Esibisco un sorriso finto e penso che anche mia zia deve essersi ammattita. Penso anche che le donne hanno una gran fretta di sposarsi e di sfoggiare pancioni. Di mettere al mondo bambini, di scarrozzarli in giro, di cullarli. Mi gratto le mani e non dico più niente, agganciata alle parole di mia cugina, lucciola di passaggio dietro i suoi Rayban, frattanto che la domenica affoga nel bicchiere e il vento sibila sulle cannucce blu e rosse.

 

Leggi qui la prima parte del racconto

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