Ilaria (reprise)

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Anni fa ero pazza di Marco, ma lui si è innamorato di Ada. Ho capito che con Marco non avevo speranze quando gli ho presentato Ada alla festa di Giovanna.

«Marco, questa è mia cugina Ada» gli ho fatto.

Lei gli ha porto la mano, l’ha guardato dritto negli occhi e gli ha sorriso, biascicando un «piacere».

«Piacere mio» ha detto lui, fissandola a sua volta.

Io stavo in mezzo e mi sono intristita. Lui aveva già negli occhi la linea dolce del viso di lei e nella testa l’eco della sua risata.

Ada la per là non ha espresso giudizi. Ricordo solo che l’ha definito bruttino.

«Bruttino?» le ho fatto io spalancando gli occhi, quasi a dirle «questa sì che è una bella scemenza».

Da allora, per settimane, non c’è stato un giorno in cui Ada non mi abbia preso in giro. Continuava a chiedermi: «come sta il tuo brutto anatroccolo?» oppure: «sai chi ho incontrato oggi per strada? Il tuo brutto anatroccolo».

Io ridevo. Marco non era affatto un brutto anatroccolo. Forse un tantino goffo, ma brutto no. Ada sosteneva che il particolare peggiore erano i suoi capelli ricci e scompigliati. Io le rispondevo che dopo gli occhi neri, i capelli erano il dettaglio del suo corpo che più mi piaceva.

Io, Marco e Ada ci frequentavamo spesso, da soli e in gruppo, visto che da quando avevo fatto le presentazioni, Ada era una di noi. Quando il sabato uscivamo, Marco ci veniva a prendere a casa con la sua Peugeot. Mi lasciava sedere davanti, accanto a lui, mentre Ada se ne stava sul sediolino posteriore. Se c’era qualcuno del gruppo che aveva bisogno di un passaggio, Marco non si sottraeva. Sceglievamo sempre qualche pub o guidavamo verso la città, lasciandoci alle spalle il mare, il chiacchiericcio della piazza gremita. Marco amava la musica. Suonava la chitarra. Gli chiedevo sempre di registrarmi delle compilation (cassette prima, cd mp3 dopo). In macchina ci beccavamo di continuo sui pezzi da ascoltare.  Lui sceglieva i Nirvana e io cambiavo. Lo facevo anche un po’ apposta. Mi piaceva quando lui mi mollava uno scappellotto sulla testa. Si girava verso di me, mi guardava con i suoi occhi giganteschi e mi faceva: «Allora, la smettiamo?».

Ada si mostrava annoiata da questo ricorrente siparietto: «Fate sempre questo. Che dite riusciremo mai ad ascoltare una canzone in santa pace, o no?».

Ada non capiva niente di musica. Ada non capiva niente di niente se Marco le appariva brutto. Però sapeva disegnare. Una sera, mentre sgranocchiavamo patatine davanti a “Turner e il casinaro” ci disse che voleva trasferirsi a Bologna per studiare moda al Dams.  Sapevamo  tutti – io, Marco e i ragazzi del gruppo – che si dilettava a disegnare abiti.

Le feci qualche domanda per capire. Rispose che dopo il diploma sarebbe partita per cercare casa e che avrebbe fatto domanda per il corso di Moda. Poi si accoccolò sulla spalla di Marco. Non era la prima volta. Ci avevo già fatto caso.

Lui si preoccupava se lei beveva troppo e qualche volta l’avevo sorpreso ad accarezzarle i capelli. Finché non li beccati a baciarsi.

Era Capodanno. Festeggiavamo in un pub. Stavo ballando con altri amici: trenini, strombettate, abbracci. Soliti gesti di circostanza, insomma. Poi mi ha preso una gran sete e sono corsa al tavolo per bere e li ho visti. Non ho bevuto più. Ho avuto un sussulto e sono corsa di nuovo in pista. Ballavo, ballavo, solo che avevo la faccia stralunata, marcata da un’espressione assente.

«Ma che c’è? Sembra che hai visto un fantasma. Anzi due» mi disse Sebastiano.

Annuii come a dirgli «sapessi, caro, sapessi».

Ada e Marco fecero la loro apparizione dopo mezz’ora dalla mia scoperta. Si tenevano per mano. E allora capii. Capii la testa di lei accoccolata sulla spalla di lui, la mano di lui tra i capelli di lei, la noia di Ada quando in macchina lui scherzava con me. Capii tutto, fino al bacio. Una sequenza logica di eventi che culminava in quell’’intreccio pubblico – già intimo – di mani.

Questo non vuol dire che non fossi sorpresa. A differenza degli altri lo ero. E non perché non comprendevo come a diciannove anni si finisce dalle schermaglie al fare coppia. Semplicemente ero sorpresa perché non me lo aspettavo, perché non avevo capito niente fino a quel momento, perché mai avrei scommesso che al timido Marco potesse piacere una tipa come Ada. Ada detestava il rock, leggeva solo Vogue e non giocava a pallavolo per paura che le si spezzassero le unghie. Eppure stavano insieme.

Marco le teneva sempre la mano e vegliava su di lei come se avesse vicino una creatura delicata.

Io, invece, vedevo solo Ada.

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