In principio fu una cartolibreria: storia di una passione

ragazza-con-libro
PrintFriendly and PDF

In principio fu una cartolibreria. Quella di mio nonno, Luigi Parronchi, senese d’orgine e napoletano d’azione, cugino di quel Parronchi, poeta toscano. Parto sempre da qui se mi fermo a riflettere sul mio bisogno di libri. E non solo nel senso di storie, di parole belle, di frasi ben orchestrate e tintinnanti, ma anche di pagine, di caratteri impressi sul bianco, come a inseguire una verità.

Ho ricordi vaghi nei dettagli, ma limpidi nelle impressioni, delle mattine e dei pomeriggi trascorsi in mezzo a sussidiari, a libri di fiabe o favole, a tomi illustrati (conservo ancora “Storia d’Italia a fumetti” di Enzo Biagi, Mondadori), a matite, a penne biro, a quaderni.  Quando ci penso sento l’odore. L’odore freddo della colla che mio nonno usava per rilegare i volumi e quello caldo dei pastelli Giotto, ordinati nella scatola per tinte e sfumature. Ecco, da piccolissima io sono cresciuta in mezzo a tutto questo, con mia nonna alla cassa e i temperamatite a forma di orsetto sul bancone. Io mi intrattenevo sfogliando pagine dedicate agli animali o coloravo gli album. Fino a cinque anni i libri preferivo farmeli leggere (fiabe e favole soprattutto), e il resto del tempo lo dedicavo a disegnare inventando storie.  Qualche anno dopo mi accostai ai fumetti (Poochie e Il giornale dei ragazzi), prendevo confidenza con i pensierini, con i temi e le composizioni poetiche.

libro-in-spiaggia-con-occhiali-da-soleIntanto mio nonno era andato in pensione e io avevo cambiato casa. Ero una bambina piena di paure, la notte non riuscivo a dormire e mi mancava l’aria già a otto anni.  La lettura è arrivata tipo salvagente. D’estate, finita la scuola, in provincia di Napoli, c’era poco da fare. In attesa che mia madre e mio padre andassero in ferie, passavo il tempo davanti alla tivù o dai miei nonni, insieme a mia sorella. Un pomeriggio mia madre mi regalò “Piccole donne” di L.M. Alcott: fu una rivelazione, un mondo che si palesava. Entrai nel libro, ero una delle sorelle, parlavo con loro, mi affezionai a Jo.  Sono seguiti “Piccole donne crescono”, “Pollyanna”, “L’incompreso” “Jane Eyre” “Una ragazza fuori moda”, classici che conservo tutt’oggi.  A dieci anni ho preferito Dacia Maraini, Christiane F. e Andrea De Carlo.  Ci aggiungevo i romanzi che mi assegnavano a scuola e le letture in classe che la professoressa Raiola selezionava con cura per farci appassionare alla poesia, alla letteratura e alla storia. Con me ci è voluto poco. La propensione personale, per retaggio, si è alimentata dei continui spunti scolastici. Interpretavo Leopardi, scrivevo lettere a Giancarlo Siani, sapevo che Puskin aveva scritto “Un colpo di pistola”. A tredici anni il mio bagaglio era più che buono.  Merito di mio nonno, di mia madre, dell’unica insegnante che mi sento di ringraziare. Sono seguiti cinque anni facili. La professoressa, severissima, imperturbabile, del ginnasio stupì tutti quando – dietro ad un tema sul senso delle peregrinazioni di Renzo e Lucia – mi scrisse “vai, marina, siamo tutti con te”.  I miei compagni di classe se lo ricordano ancora quel giorno. Increduli eravamo, e ridevamo con una mano sulla bocca.

Con questo non voglio cantare un talento, no, solo un’attitudine ad interpretare le storie e a raccontarle. I medesimi scenari si sono proposti lungo i tre anni del liceo. Una professoressa mediocre riconosceva la facilità con cui una ragazzina di sedici anni – scapigliata e incazzata – collegava autori, approcci, correnti. Leggeva i miei temi in classe, io mi prendevo gioco della sua grettezza (volevo stimoli, li pretendevo da una professoressa di italiano e latino al liceo classico) e disegnavo il sole sulla brutta copia dei compiti in classe. Lei si arrabbiava e anziché un 9 mi appioppava un 8.  Era più forte di me, campavo di rendita. Sceglievo sempre i temi di letteratura, qualche volta preferivo le tracce di cultura e società. Finivo in tempo, avevo un’ora buona per ricopiare e per scrivere il finale al componimento di qualche mio amico. «Mari mi scrivi il finale?» e mi passava il foglio.

Andavo forte anche in francese. Scrivevo i discorsi per la festa della coccarda, raccontavo il liceo (sogni, delusioni, problemi burocratici) su un giornale locale, imbrattavo il diario di frasi e poesie, e – da che ero una schiappa – iniziai a rimontare in storia dell’arte (espressionismo, impressionismo, parlavo del mio sentire).

Alla maturità presi il massimo solo in italiano: il mio saggio sulla piazza come luogo di incontro nel tempo, passando anche dalla “Piazza grande” di Dalla, riscosse buone impressioni.

ragazze-stile-vintageUna così che avrebbe fatto dopo? Non sapevo che pesci prendere: la scuola aveva spento la mia curiosità, del greco e del latino non ne potevo più (gli insegnanti del liceo avevano annullato qualsiasi conoscenza ginnasiale). Mi incaponii con la biologia marina. Io che prendevo ripetizioni di matematica, in chimica mi destreggiavo a stento e di fisica conoscevo solo il concetto di leva, volevo studiare biologia marina. Che volete, sono i danni che fanno i cattivi maestri. Gli adolescenti li si deve conquistare, specie quelli esigenti, quelli che ti chiedono di essere diverso, di pensare, di metterci il cuore. La fissa per la biologia è durata poco. Sono piombata nel nulla dell’indecisione, fino alla scelta di frequentare Giurisprudenza, una facoltà umanistica, diversa da Lettere, e che in teoria avrebbe potuto darmi qualche possibilità in più. Ma sono cose che si dicono, la verità è che io non sapevo decidermi, avevo il disgusto per ciò che ero e la curiosità di cucirmi addosso un altro vestito. Ho tentennato con gli esami, poi ho ingranato la marcia giusta: percorso di studi concluso con il massimo dei voti, una lode e la certezza che non avrei voluto fare né l’avvocato né il magistrato. Ancora il vuoto.

Gli anni prima, dai 19 ai 24, avevo smesso di scrivere e di leggere. I libri di diritto risucchiavano gli occhi e poi c’era la vita: gli amici, la strada, gli amori. C’era da imparare a stare al mondo. Oltre lo studio, non c’era più spazio per la scrittura e nemmeno per la lettura. Solo sport e spasso. Eppure, tutti i cerchi si chiudono prima o poi. A 25 anni ha preso a mancarmi qualcosa. Con i nuovi amici (coetanei con cui mi sono divertita tanto) discettavo di cinema, di rock, di politica. Qualcuno di loro leggeva, apriva un blog. Io mi sono incuriosita, mi interessava dire la mia. Uno del gruppo si era fissato che scrivevo bene. “Tu devi scrivere, sei ispirata” diceva. Volli credergli. Ho ripreso a scrivere (articoli, post, racconti) e da allora non ho più smesso. Ripresi anche a leggere: due libri al mese, poi tre al mese, quindi due libri insieme a settimana. Letteratura, poesia, canzone d’autore, saggistica. Avevo di nuovo fame di vita, mi ero ritrovata: sempre io, con una penna in una mano e un romanzo nell’altra.

 

 

 

Be Sociable, Share!

    Related posts

    Leave a Comment