Io vorrei non potrei ma se vuoi

anna-karina
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Una mattina qualsiasi. Intorno, avvocati, commercialisti, apprendisti senza portafoglio e impiegati depressi o felici. C’è chi corre, chi tracanna il caffè perché deve rispondere al cellulare che trilla e trilla. Qualcuno estraneo al quadro c’è e fa footing. Io corro al bar, il solito. La gentilezza e il sorriso del cassiere sono un buon viatico per la giornata, specie se a sorpresa si rivelerà da dimenticare. Gioie e dolori del vivere quotidiano.  Corro verso il palazzo del mio ufficio mentre il mio lettore mp3 passa “Dedicato” di Lorena Bertè. Rido al pensiero che qualcuno potrebbe dirmi che sono antica, dal momento che la hit del momento è la canzone dei Tenorini, i ragazzi che hanno vinto Sanremo. Mi infilo in ascensore. Due donne sulla quarantina massacrano a parole una collega. Ha una tresca con il direttore, già impegnato da che hanno memoria. Anche lei, la collega stronza, ha un uomo.

La collega stronza e il direttore tubano come colombi, fanno attenzione agli sguardi invadenti e non sanno come raccontare ai loro partner che tra una telefonata e un meeting è nato un amore. Per le tizie in ascensore la colpa è tutta della collega stronza che ha irretito il direttore con le sue ciglia fresche di permanente, con la sua scollatura e i suoi sorrisi. Il direttore non ne poteva più della sua compagna: gli telefonava a raffica per sapere se sarebbe tornato a cena o quando le avrebbe dedicato un morso di tempo. Il direttore comunque può stare tranquillo: ha dalla sua due supporter, pronte, se del caso, ad incastrare la collega stronza e a rassicurare la sua compagna con parole simili: «Signorina, il direttore non ha fatto niente. Tutta colpa di quella, tanto carina e tanto infame». E vissero tutti felici e contenti.

(Chiacchiere, pettegolezzi e amenità #1)

 

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