Irène Némirovsky: la scrittrice dal tocco universale

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Esce al cinema “Suite francese”, film tratto dal romanzo incompiuto di Irène Némirovsky, scrittrice prolifica, nonostante un’esistenza breve. Irène era ebrea e la follia nazista non le ha lasciato scampo. Ha vissuto a Parigi con la sua nobile famiglia. Ha iniziato a scrivere a diciotto anni, fino a quando non è stata costretta ad usare uno pseudonimo perché gli editori francesi avevano paura di pubblicare i racconti e i romanzi di un’ebrea. I tedeschi la arrestano che ha appena trentanove anni. È il luglio del 1942 quando viene deportata a Auschwitz e muore in agosto. Da qualche anno le case editrici le stanno dedicando attenzione. A lei hanno pensato Adelphi, Newton Compton, Astoria, Elliot e anche Via del Vento, la casa editrice toscana delle preziosità misconosciute o dimenticate.  I temi cari ad Irène sono la famiglia (rapporto madre-figlia in primis), l’amore, la guerra, la privazione. La sua penna sveste i protagonisti, sempre. È una scrittrice essenziale nello stile, ciò nonostante affamata di particolari. Una scrittrice che lascia poco spazio alla spiegazione e molto alla deduzione. A volte ironica, altre amara. In questo post non vi parlerò delle sue pubblicazioni più celebri, ma di quelle meno conosciute e diverse tra loro per atmosfere, intenti e periodi storici.

Notte in treno

Proprio Via del Vento ha proposto nel 2008, per la prima volta in Italia,“Notte in treno”, racconto pubblicato nel 1939 sul settimanale parigino Gringoire e che come “Suite francese” affronta il tema della guerra. La bellezza di una lettura intensa, per concentrazione di spazio e temi, si preannuncia già dall’incipit. «Era la prima notte di guerra. Nelle guerre e nelle rivoluzioni niente di più singolare di quei primi istanti in cui si viene proiettati da una vita all’altra, senza fiato, come se si cadesse dall’alto di un ponte, tutti vestiti, in un fiume profondo, senza capire cosa sta succedendo, serbando nel cuore un’insensata speranza». È la cronaca, melliflua e disperata, a metà tra reportage e narrativa, della notte in cui la Francia dichiara guerra alla Germania, ormai minaccia per tutta l’Europa. La gente si ammassa su di un convoglio che corre verso Parigi. C’è chi va ad abbracciare il proprio uomo – o figlio –  in partenza per il fronte, chi va a dare una mano, chi a lavorare. Il treno, l’attesa, la speranza fanno da scenario ad apparizioni fugaci, ma ben delineate nel loro essere di passaggio. Le pagine non conoscono trama, ma solo pennellate di vita: battute tra i passeggeri, zoomate sugli occhi lividi dal sonno, sui bocconi raggranellati e divisi con gli altri all’ora di cena. Giunge fino a noi la dignità del popolo nel presentimento di una disgrazia incombente.

Il ballo

Tutt’altra atmosfera troverete ne “Il ballo” (Adelphi editore), il racconto lungo dalle ambientazioni glamour degli anni Venti, la vacuità delle feste e tutto il chiacchiericcio abbinato. Irène l’ha scritto a venticinque anni. È il 1928: è il tempo del charleston, dei boa rosa, degli abiti lamé puntellati di pietre preziose. È il tempo di una Parigi rutilante, dove la caligine è squarciata dalle insegne luminose dei cafè, sempre ingombri di intellettuali. Un contesto che la Némirovsky conosceva bene e in cui ha scelto di ambientare il suo scritto. Antoinette, la protagonista, vive un rapporto conflittuale con sua madre. Quest’ultima pare poco incline all’affetto. Di umili origini, ha scalato la piramide sociale con un buon matrimonio. Nonostante gli sforzi, però, percepisce chiaro lo scetticismo degli amici del marito. Il disagio la irrigidisce e soffoca  quegli empiti che rendono più umane le persone. Antoinette assiste inerme alle sfuriate della madre, incapace, nel quotidiano, di qualsiasi gesto amorevole. A prendersi cura di lei senza conquistarne le simpatie, una bambinaia inglese. I rimbrotti accendono in Antoinette un senso di ribellione che la induce a sabotare il ballo che la famiglia stava organizzando con dovizia di particolari. Una sfilata di merletti, piume e collane a doppio giro che si risolve in un dramma, tra le risate della servitù e il pentimento della dolce figliola. È Il copione perfetto per una pièce teatrale, da giocare tutta sull’ironia e la beffa. Sul finale, la madre-matrigna, sola nella stanza addobbata a festa, si scioglie in un pianto liberatorio, mentre lo specchio, enorme, restituisce una figura dai riflessi opachi. I riflessi della solitudine.

Sinfonia di Parigi e altri racconti

Agli inizi degli anni Trenta, Irène Némirovsky, subisce il fascino del cinema, tanto che abbandona per un po’ la letteratura per dedicarsi alla stesura di alcune sceneggiature. Qualche mese fa la casa editrice Elliot ha pubblicato, per la prima volta in Italia, “Sinfonia di Parigi e altri racconti, la raccolta che contiene anche “Natale” e “Carnevale a Nizza”. Questi canovacci, comunque, non si distaccano molto dal racconto, e ci concedono, senza troppi sforzi, un’altra intrusione nel mondo di quest’artista sensibile. Irène procede per immagini: suggerisce riprese, sfondi, colonne sonore, senza tradire il suo stile essenziale e visionario.  Chi già la conosce ne ritroverà, a parte il fulgore della scrittura, l’ironia e la franchezza. Chi, invece, non la conosce ancora scoprirà un’autrice dentro il suo tempo e fuori, che ha attraversato le luci e le ombre degli esseri umani. In questi testi,  oltre a Parigi (ecco la Senna, la rive gauche, il quartiere Latino, S. Sulpice), sulla scena compaiono uomini e donne degli anni Trenta: uomini imbellettati o bohémiens, donnine azzimate o ragazzine addestrate come scimmiette che, nonostante tutte le raccomandazioni di mamma e papà, si lasciano sedurre dal primo sguardo sfrontato. La vita di queste ragazze è fugace, si spegne nel giro di un foxtrot fuori moda. I desideri, le aspirazioni personali, se repressi, ritornano come boomerang a tranciare le bugie e le false illusioni. A complicare le cose ci si mette pure l’amore che il più delle volte si rivela un imbroglio. I matrimoni sono contratti, accordi presi tra famiglie. Il desiderio è una lotta con le convenzioni, che sebbene d’un tratto riscatti dal torpore, alla fine ricaccia tutti negli schemi. Detto così, potrebbe apparire un libro noioso, ma non lo è. Quello che mi lascia, e spero vi lasci, di stucco è la facilità con cui la Némirovsky racconta le azioni, i gesti. Lei non spiega, dice, fotografa. Il suo tocco è grazioso, luminoso, e per questo universale.

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