Janis: il rock e un disperato bisogno d’amore

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Adesso, ragazze e ragazzi, non pensate più a niente. Prendete il cellulare o accendete il computer. Collegatevi a Internet e cercate su Youtube Maybe o Kozmic Blues di Janis Joplin. Ci siete? Bene. Fate silenzio, alzate il volume e ascoltate fino alla fine. Non è incredibile? La voce, intendo. Una voce che squarcia, lacera, scava. Esprime tutte le contraddizioni, i dolori, le malinconie del mondo. Una voce inarrivabile, unica nel panorama del rock e del soul mondiale. “Pearl” (perla) le dicevano gli amici quasi tutti maschi e musicisti. Pearl, come l’ultimo album (prima posizione per nove settimane in Australia, Canada, Paesi Bassi e Norvegia), pubblicato nel 1971, in gennaio, tre mesi dopo la sua morte per overdose in un motel di Los Angeles a soli 27 anni. Pearl, come le cose preziose. Pearl, come un fulgore, un battito, una speranza. Per quanto impensabile, questa ragazza del Texas, questa star osannata a Woodstock nel 1969 (Cheap Thrills, album del 1968, era stato un trionfo), soffriva le pene dell’inferno per l’amore che non aveva ricevuto da ragazzina e per quello che non trovava. A quindici anni, al liceo, i suoi coetanei le davano il tormento. Dicevano che era brutta, sgraziata. La candidarono a ragazzo più brutto, e la ferirono nel profondo. Una frustrazione radicata che l’assaliva spesso, tra un’esibizione e l’altra, durante la sua scalata al successo, dal 1963, anno in cui lasciò il Texas per San Francisco, fino al 1970.

Janis non era una pin up e non stava composta. Si interessava di politica, leggeva e ascoltava musica a palate, Odetta e Bob Dylan, soprattutto. Era irriverente, ostinata. Ha combattuto per fare esattamente quello che sognava. “Non cercare di essere nient’altro di quello che sei” cantava, ma dobbiamo credere che lo ricordasse prima a se stessa. Non c’è altra spiegazione. Altrimenti, perché – quando sarebbe potuta salire su un piedistallo e ridere di tutti gli idioti che le avevo reso l’adolescenza un inferno, quando era persino considerata un sex symbol ed era stata con decine di uomini – è tornata a Port Arthur, nel paese che detestava, per la rimpatriata del liceo? Voleva ricucire le ferite, fare pace col passato, annullare quel pezzo di esistenza. Ma non vi riuscì: calate le luci, nessun ricongiungimento, niente scuse.

La regina planetaria del rock, che faceva ballare, palpitare di dolore e di piacere la sua generazione, cantando, desiderava solo essere accettata, riconosciuta da un manipolo di ex ragazzini. Tutta colpa dell’amore, che inseguiva, cercava ogni giorno. Una mancanza da colmare divertendosi, vivendo sopra le righe, osando, esagerando. “È difficile essere me” diceva. Un’aporia, un tentativo perenne di capire. Era affamata di vita, Janis. Amy Berger nel suo bellissimo biopic, Janis, ripercorre tutto quanto. Il dramma scolastico, la scoperta della voce, la fuga dal Texas, i flirt, i concerti, la droga. La forza e la fragilità, l’audacia e la sensibilità di una donna che preferiva la compagnia degli uomini. Che ha conquistato la sua indipendenza, mentre le femministe l’attaccavano, puntando sulla sua voce prodigiosa. “I need a man to love me/Don’t you understand me, baby?” intonava. Il solito dramma. Il solito dannato bisogno di tenerezza. Rock o non rock. Al di là di Janis.

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