La campana di vetro e l’America di Sylvia Plath

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In teoria avrei dovuto divertirmi da pazzi. In teoria, avrei dovuto essere l’invidia di migliaia di ragazze come me di tutti i college d’America, le quali avrebbero dato chissà che cosa per trovarsi nei miei panni, anzi nelle scarpe di vernice numero sette che mi ero comprata da Bloomingdale nell’intervallo del pranzo, insieme a una cintura di vernice nera e a una pochette coordinata. E quando avessero visto la mia foto, sulla rivista per la quale noi dodici lavoravamo-bicchiere di Martini in mano, un corpino ridottissimo di lamé imitazione argento che spuntava da una gran nuvola di tulle bianco, su qualche terrazza sotto le stelle, circondata da un assortimento di anonimi giovanotti dalla struttura ossea americana al cento per cento, ingaggiati o presi in prestito per l’occasione-tutti avrebbero pensato: caspita, che vortice di mondanità.

(Sylvia Plath, La Campana di vetro)

 

La citazione è l’istantanea che riproduce in nove righe l’universo di Esther Greenwood, la protagonista de La campana di vetro, l’unico romanzo di Sylvia Plath, poetessa americana morta suicida a trent’anni. Esther, a cui la critica ha ricondotto la stessa Plath, è una studentessa modello con in più il talento della scrittura. Legge poesie e ne scrive, tanto che il suo più grande desiderio è di riuscire a vivere poetando. Vincitrice di una borsa di studio, si ritrova a collaborare con una blasonatissima rivista di moda newyorkese. Le sue giornate sono un vortice di sfilate, di interviste e di feste private. A fare da contorno le amiche, i ragazzi, gli umori altalenanti di una piccola donna che dovrebbe sussultare di gioia, ed invece naufraga nell’insoddisfazione. Così, New York viene fuori come una trappola e le aspirazioni del mondo sono condensa, fiato sul collo. Esther si destreggia a stento tra il desiderio di esprimersi e il tentativo di provare a vivere come tutte le sue coetanee. Un tentativo che fallisce a monte e deflagra in una sensazione di sporcizia prima immaginaria, poi reale. Quando Esther viene via da New York per ritornare nel suo paesello, deborda un senso di oppressione, ed è allucinante come da un incipit quasi ammonitore (la permanenza di Esther a New York coincide con la condanna a morte dei Rosenberg, una coppia accusata di spionaggio) si scivoli in un buco nero  di cui il lettore non ha una percezione esatta. Esther inizia a soffrire di depressione e con il suo ricovero cala il sipario sulle luci della Grande Mela e su un’esistenza altra, lontana.

moda-anni-50Oltre l’esperienza autobiografica dell’autrice, nel libro c’è tutta l’America tra i Cinquanta e i Sessanta: le sue mode, i suoi jukebox. E mentre gli occhi tentano di acciuffare la coda dei pensieri della protagonista, tra le pagine risuona il fruscio delle gonne a campana, delle maniche a sbuffo,  e spiccano i colori degli occhiali con la montatura ovale. Il fuori collide in continuazione col dentro e a scintillare è l’anima, l’anima in pena di una ragazza che il mondo ha amato per le sue poesie, di una ragazza che in vita voleva essere grande e che ha dovuto farsi del male per richiamare su di lei le attenzione che bramava.

Ps: Chi scrive non ama particolarmente le poesie della Plath. Con la lettura del romanzo ho sbirciato nel suo universo e l’ho trovato impenetrabile. Una cosa è certa la Plath amava profondamente scrivere. Coglieva la caducità nella natura e tentava di darle forma.

 

La vita di Sylvia Plath: qui la biografia

Da I Tulipani un passaggio significativo dove ritorna ancora la voglia di sentirsi pura

(…)

Ho gettato cose in mare, io cargo di trent’anni
tenacemente attaccata al mio nome e indirizzo.
Hanno strofinato via tutti i miei affetti.
Impaurita e denudata sulla plastica verde della barella
ho guardato la mia teiera, il como’ della biancheria, i miei libri
affondare lontani, e l’acqua arrivarmi sopra la testa.
Sono una suora adesso, mai stata cosi’ pura.

(…)

 

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    One thought on “La campana di vetro e l’America di Sylvia Plath

    1. Marco

      Complimenti. Gran bell’articolo. Le hai reso giustizia, credimi.

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