La felicità era tenere a bada i pensieri

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Il tempo è una prospettiva, una sensazione, specie a quell’età. L’età che tutto è possibile, l’età che dopo i compiti si scende in strada, si bivacca, si fa gruppo, si ascolta musica, si chiacchiera. L’età che niente dal mondo fuori ha più importanza di quello dentro, l’età di tutti quei turbamenti che fremono per liberarsi. Le ho viste oggi e loro neanche sanno che mi hanno messo voglia di scrivere. Parlo di due ragazzine – quindici anni al massimo, capelli lunghi, giubbini, cellulari alla mano e un mucchio di risate. Stavano sedute sul muretto che da un rampa di scale conduce alla stazione, in un paese (il mio) alle pendici del Vesuvio. Un paese che non ti dà niente, dove vieni su nella privazione e capisci che non è vero che siamo tutti uguali e con le stesse possibilità. Ho osservato le due giovani e ho pensato a me da adolescente, di questi tempi, giorni prima di Pasqua. Il clima era meno umido, ci si svestiva in un baleno. Frequentavo un mucchio di gente, eravamo tutti amici, allora era per la pelle. Dicevamo per sempre senza sapere che è una bugia, che la vita ci avrebbe allontanati. Senza sapere che ricchi e poveri, comunisti nostalgici e berlusconiani, operai e manager non si sarebbero guardati da grandi con la medesima tolleranza.

Quelle compagnie erano una famiglia. Quasi nessuno sapeva che cosa avrebbe fatto domani. Ricordo giornate indolenti, interminabili. Bimbi viziati. Ricordo che il sole lasciava spazio ad atmosfere serotine sempre più tardi. Ricordo il mare, quel mare inquinato che abbiamo rimirato da lontano, mentre oltre l’orizzonte si stagliava Capri e lo sguardo si perdeva nel vuoto. I Cranberries dominavano le classifiche europee e gli anni Ottanta erano una rievocazione da sabato sera. Percorrevamo a piedi chilometri e chilometri, ci spostavamo in treno e di nascosto salivamo sul motorino di chi ce l’aveva. La felicità era tenere a bada i pensieri, scappare da scuola appena trillava la campanella. Felicità era trascorrere ore ed ore appoggiati ad un’automobile parcheggiata in mezzo alla gente, in quello spiazzale. Felicità era voler avere sedici anni a lungo. Felicità era rientrare a casa giusto per cena e desiderare una zuppa di latte più di ogni altra cosa.

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