Se a La pazza gioia preferisco Ragazze interrotte

la-pazza-gioia-ragazze-interrotte
PrintFriendly and PDF

La pazza gioia, l’ultimo film di Paolo Virzì, acclamatissimo e accolto con recensioni appassionate, non mi ha convinta e sto cercando di capire perché. L’ho trovato favolistico, contrariamente a quanti l’hanno glorificato, accennando a inevitabili processi di immedesimazione, a riflessioni sulla società, sul confine labile tra salute mentale e follia. Ragionamenti che dovrebbero entrare forte nella nostra educazione, ma che, perdonatemi, non sono in questa pellicola. Un problema tra me e la narrazione del film, dunque. Incomprensibile accadimento: tuttavia i film si vivono e io ho vissuto un’esperienza che aveva un che di posticcio, nonostante:

  • la bravura indiscussa delle attrici
  • le risate che mi ha strappato Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi), donna di classe, gran rompiscatole innamorata della vita e che non le manda a dire a nessuno, nemmeno a Donatella (Micaela Ramazzotti), magrissima e disperata, con la quale stringe amicizia per non morire di noia e privazioni nella comunità dove sono destinate dalla giustizia a causa dei loro disturbi psicologici.

Se Beatrice ha dissipato il patrimonio familiare, mettendosi nei guai per l’amore di un cialtrone, Donatella ha tentato il suicidio, stringendo tra le braccia il bambino che i servizi sociali le hanno poi tolto. Due storie differenti, due donne agli antipodi, ma che fanno fronte comune contro chi vuole giudicarle, costringendole all’infelicità. Beatrice, ad esempio, la felicità la insegue nei dettagli, nelle cose piacevoli. E quando Donatella, fragile in balia degli eventi, le chiede cosa sia questa benedetta felicità, Beatrice rammenta la goduria nel bere un buon bicchiere di vino o nel mangiare un buon piatto, la gentilezza della gente, i bei posti, fissando uno dei momenti più autentici della pellicola. Virzì, regista che seguo, ha proposto storie molto più efficaci, precise. Penso a Tutta la vita davanti, a Caterina va in città, a La prima cosa bella, a Il capitale umano.

La pazza gioia è un film piacevole, sia chiaro (vi avviso, tantissimi spettatori tiravano sul col naso sul finale, che a me, invero, è parso tra i passaggi più improbabili). C’è intensità, c’è ritmo: è una bella commedia, che per una volta non si dipana in una famiglia o in un ufficio. Non ho potuto fare a meno di fare dei paragoni, tra l’altro.

Qualche sera fa ho visto Ragazze interrotte, il film del 1999 tratto da La ragazza interrotta, il libro nel quale Susanna Kaysen racconta del periodo trascorso negli anni Sessanta in una clinica psichiatrica, a causa della sua demotivazione cronica e della sua inspiegabile tristezza. Una sana che strizza l’occhio alla pazzia e per un periodo vive in bilico tra salute e malattia, beccandosi una diagnosi: personalità borderline. Un capolavoro che è valso l’oscar ad Angelina Jolie e che ci regala un’inarrivabile Winona Rider nei panni di Susanna. Ci troverete musica (ce n’è tantissima), riflessioni sulla società, sulle donne, sugli uomini. Ci troverete il potere delle parole, quelle dette e quelle non dette, l’amicizia, la morte, le peggiori paure umane e tanta tanta forza. Ecco, se proprio devo darvi un consiglio: guardate Ragazze interrotte. Io non riesco a togliermelo dalla testa.

 

Be Sociable, Share!

    Related posts

    Leave a Comment