La penultima fine del mondo

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D’un tratto, un giorno qualunque in un anno qualunque, in un paesino della Sicilia, la gente prende a suicidarsi. C’è chi si lancia dal balcone, chi dalla finestra o chi s’annega.  Gli episodi, connessi, intessono una leggenda, un caso da analisi scientifica. La stampa nazionale ed internazionale ci si fionda, riportando, però, solo quel che le va di scorgere, mentre la situazione, prismatica, si presta a ben altre interpretazioni. Il risultato è la definizione di una realtà sfuggente persino a chi ha il compito di raccontarla. Di questo ed altro scrive Elvira Seminara, giornalista e scrittrice siciliana col vizio dell’arte e del viaggio, nel suo “La penultima fine del mondo” (Nottetempo ed.), romanzo esistenzialista in chiave pop. Il tono della narrazione è ironico, spesso tragicomico, e sembra l’unico registro possibile per approcciare il disfacimento della società ai tempi di Facebook. La Seminara imbastisce un percorso a specchi: la vicenda si srotola, si annoda di nuovo e si definisce sulla falsariga della vita. Una vita ebbra di indiscrezione e di voyeurismo di massa, dove una sequenza di disgrazie innesca curiosità e partecipazione morbosa più di qualunque altro accadimento. Così, frattanto che il viso ti si distende in una risata (le descrizioni sono una trafila di paradossi), capisci che, senza nascondersi, l’autrice lancia il suo j’accuse. E per farlo estremizza, ricorrendo all’arma più potente: la risata. La scrittura chiara e il lessico preciso attestano una padronanza linguistica ed una dinamicità di vedute guadagnate, forse, con gli anni spesi a fare la cronista. Il risultato è un’opera collettiva che alla fine si rilega tra le favole, anche se è già realtà.

 Questa recensione è apparsa sul Corriere Nazionale

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