La ragazza del call center

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«Tu lavori per il call center?».

Lei me lo chiede in ascensore mentre scaliamo la vetta dei piani, interno dopo interno, fino al nostro, comune. 

È poco più adulta di me e si tira dietro un trolley.

«No» le rispondo.

Solo di no, anche se avrei voluto premettere «per fortuna» o precisare «Per fortuna non lavoro in un call center», ma  non lo faccio.

Lei mi scruta, non so se più meravigliata o delusa.

Indaga che lavoro faccio.

Glielo racconto per sommi capi, nonostante l’impressione che non mi stia ascoltando. Mi interrompe con una domanda. Vuole sapere dove lavoro.

Le indico la porta, praticamente di fronte al suo call center.

Mi dice che sono fortunata.

Io storco la faccia. Odio quell’aggettivo, odio il binomio fortuna-lavoro.

Mi racconta – come se non lo sapessi – che i miei coetanei stanno tutti al telefono a cercare di vendere qualcosa.

«Hai presente il film Tutta la vita davanti?».

«Si, quello tratto dal libro della Murgia…».

«Eh,  non è solo un film» e mi fissa.

Rifletto, poi le dico che considerare il lavoro una fortuna è sintomo di una società strampalata. Dovrebbe essere un diritto, il lavoro.

Blatero perché lei non mi segue. Mi blocca di nuovo.

«Com’è che si chiama il posto dove lavori?».

Scrive, e le mostro di nuovo la porta.

«Buono a sapersi» dice, e se ne va col suo trolley.

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