La ragazza dello Sputnik e l’estate con i giapponesi

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Chi può distinguere il mare da ciò che vi si riflette?/O dire dove finisce la pioggia e comincia la malinconia.

(La ragazza dello Sputnik)

Non passa estate senza leggere un autore o un’autrice giapponese. Banana Yoshimoto ha allietato mattinate in spiaggia o pomeriggi eterni, in attesa che arrivasse la sera. Da Kitchen a Ricordi di un vicolo cieco, da Sonno profondo a Delfini, da Chie-Chan e io a Andromeda Heights, le ferie sono sempre state un’ottima scusa per lasciar perdere le paturnie occidentali e abbandonarmi a una narrazione immaginifica. Quest’anno è stata la volta di Haruki Murakami e de La ragazza dello Sputnik, romanzo letto e riletto nel mondo e amato da tantissimi. Per me è stato un piacevole diversivo al postmodernismo e all’esistenzialismo di cui sono imbevuti i libri che leggo di solito, sebbene Murakami non eluda affatto la realtà e i crucci degli esseri umani. L’affabulazione, elemento portante delle sue storie, estende i contorni del reale e tutto quel che riguarda la riflessione, la contemplazione, l’assenza, la morte, l’amore diventa il collante del racconto o del romanzo. Ne La ragazza dello Sputnik il narratore si presenta al lettore e confessa di aver tanto amato una ragazza. Lei è Sumire, anticonvenzionale, irruenta, gran lettrice e per niente alla moda. Ma Sumire di lui non vuol saperne, nonostante condividano tanto (in primis la passione per i libri). Sumire, invero, ama una donna. Ben presto hanno inizio una serie di peripezie tra il Giappone, la Francia e la Grecia. Cosa accadrà a Sumire dal momento che realizza di essere lesbica? E cosa ne sarà del protagonista narratore innamorato? Ovviamente, non ve lo scrivo. Piuttosto, insisto: se avete voglia di un po’ di emotività e di umori trasognati, questo è il libro che fa per voi. Io ho già cambiato registro, ma ve ne parlerò un’altra volta.

Buone vacanze!

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