La signorina M. e i nativi digitali

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“Temo che certi bambini domani avranno l’aria da pesci lessi” profetizza spocchiosa la signorina M. dal nostro tavolo al ristorante.

Io sbarro gli occhi. Ci risiamo. Ecco che la signorina M. sta per spararne un’altra delle sue. Adagio la forchetta sul bordo del piatto.  “Di’, Cassandra dei miei stivali, cosa c’è questa volta?”

Come se non l’avessi punzecchiata mi fa: “ Guarda là, la famiglia seduta a quel tavolo”.

“Beh?” la interrogo

“Non vedi che il bambino nel passeggino sorride inebetito davanti al video dei Teletubbies sul tablet dei genitori?”

Mi sporgo per sbirciare. “Si, e quindi?”

La signorina M. sbuffa. “Ma come quindi! Ti pare normale che un neonato senza denti debba essere già iniziato a queste pratiche tecnologiche, a queste barbarie spegni-fantasia? A quell’età i bimbi devono inseguire le apine con lo sguardo, agitare un sonaglino, ciucciare il miele o strapazzare un bambolotto. Sai, se cominciano così non si staccheranno mai dallo schermo!”.

La signorina M. pare proprio dissenziente. A me viene da ridere. Mi racconta che da piccole lei e la sorella (senza pc e senza t.v.) trascorrevano le ore colorando e inventando storie. Poi, appena più grandi, hanno messo su un circoletto per emulare le “Piccole donne” di L. M. Alcott, affezionate seguaci di Dickens. Era il Circolo Pickwick: un momento che coincideva con l’ora de tè e dedicato alla narrazione di piccole storie e amenità.

Scoppio in una risata. “Ora capisco tante cose” celio.

Lei mi guarda sprezzante. Si rimette il tovagliolo sulle gambe ed emette un colpetto di tosse. “Continuiamo a mangiare, tesoro. Evidentemente tu non eri tutta questa fantasia”.

 

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