La signorina M. e la critica all’istantaneità

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Domenica mattina. Io e la signorina M. sorseggiamo una tassoni  sedute ad un tavolino del bar in centro.  Tra un sorso e l’altro la signorina M. sfoglia il giornale e commenta qualche notizia. Ma non appena si accorge che non l’ascolto, mi apostrofa.

«Tesoro, mi spieghi che fai, da venti minuti, con la testa nello schermo del cellulare?»

«Sto whatsappando» le rispondo senza stornare gli occhi.

«Stai che?»

«Whatsappando!» ribadisco quasi fosse l’attività più ovvia del pianeta.

«Chérie, perdonami»- e chiude il giornale- «Io non capisco qual è l’esigenza di whatsappare,  o come cavolo si dice, mentre sei con me, la tua amica di sempre, al bar. Potrei persino offendermi!»

«Amica mia, parli come mia nonna. Dai, Whatsapp è l’applicazione che ci proietta direttamente nella metà del ventunesimo secolo! Guardati intorno: bene o male stanno whatsappando tutti qui» e rido.

«Be’, io la trovo una cosa orribile. È una vera sgarberia ricorrere ad una stupida applicazione quando di fronte a te siede un essere umano in carne ed ossa. E poi: cosa n’è stato dell’attesa, dei palpiti, dell’insicurezza, della gioia che spedire, e quindi attendere, un sms procurava? Quest’istantaneità uccide l’immaginazione ed io la mia immaginazione me la tengo ben stretta. Anzi strettissima!»

Episodio pubblicato su Caffè news

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