La signorina M. e la grande fuga

la signorina M.
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Sono da poco trascorse le diciannove quando squilla il telefono. Adagio lo straccio sul lavello, mi asciugo le mani e rispondo:

-Pronto?

-Ciao, tesoro. Buon Natale!

La voce inconfondibile della signorina M. echeggia lontana Km. Telefona da Parigi. È partita il giorno della vigilia di Natale con un gruppo di amiche e resterà là tre giorni.

-Ah, quindi quest’anno hai disdegnato la famiglia-celio io.

Non l’avessi mai detto. Le porgo il la per tessere le lodi dei pranzi degli anni passati in famiglia.

-Tesoro, detto tra noi, la sola idea di alzarmi da tavola, andare a letto e risedermi proprio dov’ero la sera prima, non mi allettava. Ore ed ore intorno ad un piatto a cincischiare ed ingurgitare l’incredibile. Già mi vedevo circondata dai figli di mia sorella: mentre la bambina mi legava i piedi alla sedia senza che me ne accorgessi, il fratellino avrebbe preso ad elencarmi a ripetizione i regali che desiderava da Babbo Natale e che non ha ricevuto. Mio nonno avrebbe intonato la solita melodia dei ricordi di guerra, e mia cugina si sarebbe lamentata dell’ennesimo disastro amoroso, sussultando ad ogni trillo di cellulare. Gli zii, anziché preoccuparsi dell’equilibrio mentale della figlia, avrebbero interrogato con ansia i miei genitori sul fatto che non sono ancora sposata, mettendo in dubbio le mie tendenze sessuali. Mi pare di sentirli: «In fin dei conti, se fosse omosessuale non ci sarebbe niente di male». Mia madre sarebbe arrossita ed io avrei preso a sbuffare all’ennesima manifestazione di cafoneria.

-Capisco-la interrompo. Quindi te la sei data a gambe…

-Chérie, il Natale è uno stato influenzale. O sprofondi nel malessere o lo previeni. Parigi è magica. Ho pranzato in un restaurant al Quartiere Latino. Altro che cappone o capitoni. Ti spedirò una cartolina con una bella vista dalla cattedrale del Sacro Cuore : «A te che mai e poi mai rinunceresti all’insalata di rinforzo con amore da Paris».

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