La signorina M e le questioni di genere

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-Tesoro, sono terribilmente in ritardo, ma spero non mi negherai la solita tazza di tè- esordisce la signorina M. sull’uscio mentre strofina le scarpine sul tappeto.
-Ma no, ci mancherebbe altro. Vieni, entra- la rassicuro.
Beve di gusto, poi appoggia la tazza vuota sul vassoio e tira fuori dalla cartella che  ha sotto il braccio il Giornale delle donne, fondato nel 1868. Sbircio curiosa. Mi avvicino. Il logo raffigura una donnina tutta azzimata e intenta a leggere un libro. Vicino a lei, una bambina che legge a sua volta. Questa fede di riuscita è il miglior elogio, la più sicura garanzia, la migliore promessa campeggia in alto a sinistra.
L’articolo è del 1934. Il messaggio è chiaro: informare le donne della vita intellettuale, passando in rassegna l’attività femminile in ogni campo, compreso il focolare domestico.  La signorina M. mi fissa: sa che la questione titilla la mia curiosità.
-Lo stesso focolare che cinquant’anni dopo sarebbe stato aborrito e che oggi, invece, sembra tornato di moda-mi fa.
Storco la faccia.
-Ecco qua, la solita saputella-dico.
Fa di no con la testa ed accenna un sorriso sdegnoso.
-Parlo a ragion veduta-si giustifica- Ieri sera ero seduta al tavolo con tre ragazze, ma non c’ho scambiato nemmeno una parola.
-Perché? le chiedo  incredula.
-Parlavano solo di matrimonio- mi risponde lei con gli occhi sgranati di chi ha appena visto un mostro.
Ho sorriso. In un attimo mi figuro  la sua faccia  che a stento maschera l’agitazione e la sensazione di prurito su tutto il corpo.
– Le tre non lavorano, eppure sono ansiose di diventare mogli, di quelle col grembiulino e le presine a portata di mano. Ti rendi conto? non potevano pagarsi la pizza, ma sono prossime alle nozze- insiste lei.

-Secondo me hai un problema. Forse guardi troppi film, o leggi troppe scemenze- rido io.
La signorina M .tace e  prende a fumare nervosa.
Poi torna all’attacco.-Ridi, ridi. Insomma, cosa ne è stato dell’eredità dei movimenti per l’indipendenza femminile? Simone de Beauvoir, ad esempio, negli anni Settanta ha scritto ne “Il secondo sesso” una sacrosanta verità: Il codice francese non pone più l’obbedienza nel numero dei doveri della sposa e ogni cittadina è divenuta un’elettrice; queste libertà civiche rimangono astratte quando non sono accompagnate da un’autonomia economica.

La guardo incredula. Forse ha ragione. Senza lavoro non esiste identità e senza identità non esiste libertà.

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