La signorina M. e l’omologazione sociale

La signorina m.
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Vuoi un esempio lampante del concetto di omologazione?- mi chiede la signorina M. mentre accarezza il suo gatto.
-Sì, dai, sono curiosa-rispondo io.
In realtà inizio a temere la solita concione esistenziale, ma ascolto.
-Ieri ero in treno. La carrozza era ingombra di pendolari. Non c’era nemmeno un posto a sedere. Noto con meraviglia che sopra un sediolino è appoggiata una valigetta da lavoro. Un treno pieno e un posto per una borsa. Trasalgo. Possibile mai? Mi guardo intorno. Qualcuno l’ha adocchiata, bofonchia stizzito senza, però, domandare al passeggero di spostare la borsa e liberare il posto. Davvero non credevo ai miei occhi. Pensa, alcuni erano seduti per terra. Non esito oltre. Mi avvicino al tizio e lo esorto a sgomberare il sediolino. Il tipo mi fissa, allunga la mano e con un gesto svogliato mette giù la borsa. Io mi faccio largo e mi siedo comoda.
-Uh, ma che brava- sfotto io. Spiegami ora cosa c’entra questo siparietto con l’omologazione!?
-Semplice, tesoro. Tutti stavano là a fissare la borsa come stoccafissi. Tutti pensavano che era un nonsense, ma nessuno si prendeva la briga di accomodarsi al posto della borsa! Se non è questa omologazione sociale…

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