La signorina M. e una vena di femminismo

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Io e la signorina M. siamo in spiaggia. Lei legge Anna Karenina e io sfoglio riviste. Con noi, un abbronzante alla noce di cocco e una crema lenitiva.

«Tesoro, ricordi quel tipo, quello che al primo appuntamento non aveva trovato un complimento migliore di un “non male”?» chiede la signorina M. balzata dalla sdraio quasi avesse avvistato uno squalo.

«Si, il tipo che ti ha corteggiata con zelo e poi si è sgonfiato come una torta senza lievito. Dunque?»

«Ebbene, ieri si è offerto di farmi da chaperon. L’ho seguito ad una riunione di un comitato per la salvaguardia ambientale. Mi è venuto a prendere a casa con l’auto. Quando sono uscita dal portone mi ha lanciato un’occhiata sguincia. Si è soffermato un attimo e mi ha fatto: “Ah ecco perché l’altra sera eri più alta. Avevi i tacchi”, ed ha messo in moto».

«Aspetta, aspetta-e chiudo il giornale-quindi l’hai rivisto?»

«Tesora, sì l’ho rivisto. Ma non è questo il punto. Il punto è che indirettamente mi ha invitata a non scendere dai trampoli!»

«Quanta dietrologia, amica mia! Spero non te la sia presa per una sciocchezza del genere!».

«No di certo. Eppure è una constatazione che mi ha fatto irritare. Credo che gli uomini debbano smetterla di catalogarci e di lanciarci frecciate. Saremmo ben libere di mollarli questi tacchi, o no? Non siamo mica bambole noi!»

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